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INCHIESTA - Come e quanta energia ci mette la ricerca universitaria Stampa E-mail

di Davide Canevari


Lisbona dista dall’Italia... alcune decine di miliardi di euro. Come è noto, nel sottoscrivere la cosiddetta Lisbon Strategy l’Unione europea si era posta un obiettivo ambizioso: entro il 2010 riuscire a destinare a ricerca e sviluppo almeno il 3 per cento del prodotto interno lordo di ogni singolo Stato membro.
Siamo alle soglie di quella fatidica data, e in base alle ultime stime - rapporto Eurostat
Science, technology and innovation in Europe 2009, purtroppo aggiornato solamente alla fine del 2006 - il nostro Paese supera a fatica quota 1 per cento. Ad oggi mancano dunque all’appello un paio di punti percentuali per far sì che l’Italia riesca a passare l’asticella; a star stretti, una trentina di miliardi di euro. Poco consola sapere che tutte le Nazioni europee, con la sola eccezione di Svezia e Finlandia, si sono fermate più o meno distanti dal traguardo e che l’Unione nel suo complesso si posiziona ampiamente sotto il 2: il 16° posto nella classifica dei virtuosi all’interno della UE va comunque stretto a un Paese che ancora ama considerarsi uno dei Grandi 8 della Terra.

In questo contesto, che ruolo sta giocando la ricerca universitaria? La tentazione di cacciare a priori dietro la lavagna Mariastella Gelmini, in compagnia dei suoi predecessori, da Giuseppe Fioroni via via fino a Guido Gonella, è avventata e forse ingenerosa. Nell’ambito - sotto tono - della ricerca
made in Italy, quella svolta dall’higher education sector negli ultimi anni non strappa certamente gli applausi, ma almeno si salva dai fischi. Sempre in base alle indicazione del rapporto Eurostat, il comparto universitario italiano investe in ricerca l’equivalente dello 0,33 per cento del Pil nazionale.
Il valore è meno distante del previsto dalla media europea (che si attesta a quota 0,40 per cento) e piazza l’Italia a metà classifica tra gli Stati membri, sugli stessi livelli di Spagna e Irlanda e a ridosso della Francia. La performance nostrana vale un 18 dato con manica larga, niente di più. Ma - almeno - sembra evitarci la bocciatura.

Partendo da questo spunto
Nuova Energia ha deciso di dare voce proprio al settore universitario per capire quanto è importante oggi il tema dell’energia e dell’ambiente all’interno dei programmi di R&S degli atenei italiani; quali sono i (principali) filoni di ricerca attuali e quali settori - in proiezione - potrebbero diventare più promettenti negli anni a venire, quali sono le (eventuali) difficoltà riscontrate nella valorizzazione dei risultati ottenuti o nel trasferimento dai laboratori alle imprese.
Ne è nato un
dossier nel dossier, che ha coinvolto molte tra le università italiane più impegnate sul fronte della R&S energetica e ambientale. Forse qualcosa di più: una vera e propria inchiesta, visto che - nel complesso - hanno risposto all’appello di Nuova Energia 12 università (su un campione di 15 Atenei interpellati), che rappresentano il 28 per cento degli studenti immatricolati ad un corso di laurea in Italia nell’anno accademico 2008-2009.

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