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In Italia si è risvegliato il dibattito sul nucleare. Ha cinque anni questo titolo,
anche se non li dimostra affatto. Nel gennaio 2005, infatti, Nuova Energia ospitava
un primo articolo - a firma G.B. Zorzoli - sul tema; un appello ideale
alla comunità scientifica, economica, accademica perché si riunisse
attorno ad un tavolo virtuale per discutere della questione (l'articolo completo
è riproposto di seguito).
L’argomento era tosto, e il rischio di assistere a un classico dibattito trasformato
in (poco più) di un monologo o di sedersi a un tavolo con solo un paio di commensali
tutt’altro che remoto. Così non è stato. Alla fine, 25 tra i maggiori esperti
nel settore hanno portato un prezioso contributo: voci dell’ambientalismo
più intransigente accanto ai sostenitori dichiarati di un ritorno al nucleare; ricercatori
e business man, economisti e politologi... Nessun vincolo editoriale, solo la richiesta
di possedere una comprovata e riconosciuta esperienza e di evitare
sterili contrapposizioni a priori.
Nessuna campagna pro o contro, nessuna opera di proselitismo in qualunque direzione.
E ovviamente, al termine del dibattito nessuna sentenza, né di condanna né di assoluzione. Su quel tavolo solo numeri, dati, considerazioni tecniche,
valutazioni di carattere finanziario o sociale... Lasciando poi al lettore la piena libertà
di elaborare questa mole di informazioni per farsi una idea propria.
Rileggendo a cinque anni di distanza le 80 pagine di quel dibattito si riscopre
un prodotto incredibilmente giovane, di assoluta attualità ancora oggi,
e forse insuperato per completezza e pluralità delle opinioni ospitate.
Chi fosse interessato a ricevere gratuitamente il PDF (2,7 MB)
dell’intero dibattito, può inviare una e-mail a
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indicando nell'oggetto DIBATTITO NUCLEARE
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gennaio - febbraio 2005
IN ITALIA SI È RISVEGLAITO IL DIBATTITO SUL NUCELARE
di G. B. Zorzoli

Le dichiarazione del premier Berlusconi sul nucleare, qualunque sia il giudizio che se ne dà, non rappresentano un’uscita estemporanea: un numero monografico della rivista Aspenia (La seconda era del nucleare) e articoli più squisitamente tecnici comparsi in parallelo su La Termotecnica ed Energia avevano già riproposto anche in Italia una problematica che altrove ha ripreso a circolare da diverso tempo.
Si tratta di un tema non nuovo per questa rivista, che tuttavia merita una rivisitazione più approfondita in grado di offrire un arco di informazioni e di opinioni per quanto possibile esaustivo, anche perché la riapertura del dibattito sul nucleare non è casuale, come cercherò di mettere in evidenza - in termini necessariamente sintetici, ma soprattutto in parte problematici in parte provocatori - in questo intervento introduttivo.
La causa principale del sostanziale arresto nello sviluppo di impianti nucleari nell’Occidente industrializzato non sono stati i movimenti di opposizione a questa scelta energetica e nemmeno, secondo una vulgata in auge presso alcuni nuclearisti, gli interessi dei petrolieri. Paradossalmente
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LA CAUSA PRINCIPALE DELL'ARRESTO
NELLO SVILUPPO DI IMPIANTI NUCLEARI
IN OCCIDENTE? GLI INGEGNERI,
CONVINTI CHE UN REATTORE FOSSE
UNA CALDAIA A CUI ANDAVANO APPLICATI GLI STESSI CRITERI VALIDI
PER GLI ALTRI IMPIANTI DI GENERAZIONE
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entrambi hanno contato molto meno degli ingegneri addetti allo sviluppo delle tecnologie nucleari, fermamente convinti che un reattore fosse una caldaia di tipo nuovo, a cui andavano applicati gli stessi criteri validi per gli altri impianti di generazione elettrica. In particolare: una potenza delle singole unità sempre più elevata per garantire i massimi benefici, in termini economici, derivanti dall'effetto di scala; una densità di potenza, all'interno del reattore nucleare, la più alta possibile; condizioni spinte per l'estrazione del calore dal nocciolo. Obiettivi, tutti, perseguiti per alcuni decenni con zelo degno di miglior causa, col risultato di allontanare sempre di più gli impianti dalle condizioni per le quali non sarebbe stato necessario un piano di emergenza, la cui semplice esistenza ha creato allarme nell'opinione pubblica, che si è tradotta in pressanti richieste per ulteriori garanzie di sicurezza. Ne è risultato un aumento disordinato del numero e dell'importanza dei sistemi di sicurezza attivi, cioè richiedenti l'azione di meccanismi, di circuiti elettrici, e così via. Poiché le sicurezze attive non sono mai affidabili al cento per cento, si è ovviato a questo handicap duplicando o triplicando i sistemi di intervento, oppure affiancando sistemi con caratteristiche diverse (ad esempio un comando pneumatico e uno elettromagnetico), col risultato di complicare l'impianto, di renderlo più costoso e più difficile da gestire.
Last but not least, il ritardo con cui i tecnici hanno compreso il nocciolo razionale della crescente ostilità alle tecnologie nucleari, ha peggiorato la situazione con risposte insufficienti quando non addirittura arroganti, ai dubbi espressi dall’uomo della strada; analoghe conseguenze ha avuto il colpevole silenzio sulle insufficienze in termini di sicurezza di alcune tecnologie sviluppate in Unione Sovietica, mantenuto fino a quando, con il disastro di Chernobyl, non è stato più possibile nasconderle. Il blocco di fatto dei programmi nucleari in Occidente, dovuto al concomitante effetto degli incrementi nei costi, dei tempi lunghi e delle difficoltà di realizzazione come conseguenza delle crescenti opposizioni, ha in pratica relegato la realizzazione di nuovi impianti nei Paesi un tempo appartenenti all’area sovietica (attualmente circa il 30% del totale) e in Estremo Oriente (circa i due terzi del totale); di particolare evidenza i programmi cinesi, con circa 7.500 MW entrati in funzione nell’ultimo decennio più ulteriori 950 MW quest’anno, e un programma già approvato per circa 25.000 MW.
Oltre che alla diversa sensibilità e al ridotto (o inesistente) potere d’incidenza dell’opinione pubblica, la persistenza di significativi programmi nucleari al di fuori dei Paesi occidentali viene comunemente attribuita anche alla difficile compatibilità degli impianti nucleari dell’attuale generazione con mercati elettrici liberalizzati, in cui la domanda non è né certa né programmabile a lungo termine. Condizioni, entrambe, che favoriscono investimenti in impianti a ridotta intensità di capitale, su piccola scala e realizzabili in tempi contenuti: tutte assenti negli impianti nucleari oggi offerti sul piano commerciale. Questa tesi, che anch’io ho sostenuto a più riprese, sembrerebbe trovare oggi un’eccezione nella scelta - per di più decisa da una società privata - di costruire un impianto nucleare da 1.600 MW in Finlandia, cioè in un paese facente parte del Nortel, a detta di tutti il più efficiente mercato elettrico oggi esistente. A proposito del caso finlandese, che merita comunque uno specifico approfondimento in uno dei prossimi numeri della rivista, va però preliminarmente osservato che lo Stato ha garantito per quarant’anni l’acquisto dell’energia prodotta al prezzo di costo.
Tuttavia il risveglio del dibattito sul nucleare trae essenzialmente origine da due tipi di preoccupazioni, che in tempi recenti sono andate aggravandosi. La prima riguarda sia l’entità e la durata delle riserve di petrolio sia la loro disponibilità a condizioni economiche non troppo onerose. Su questa tematica la rivista ha costantemente contribuito a fare chiarezza, distinguendo fra problemi reali e leggende metropolitane; tuttavia i tassi di crescita della domanda, unitamente alle questioni geopolitiche poste dalla maggior parte delle aree di provenienza, inducono la maggioranza degli esperti a suggerire scelte cautelative, in primis riservare essenzialmente il petrolio al settore del trasporto, dove il ricorso ad altri combustibili è limitato o lontano nel tempo. Le preoccupazioni sulla scarsità fisica e/o economica e sulle implicazioni geopolitiche del petrolio trascinano con sé, anche se su un arco temporale un po’ meno ravvicinato, analoghe apprensioni per quanto concerne il gas naturale, in particolare per la forte crescita della sua domanda nella generazione elettrica. Non meno acuti sono i timori per gli effetti dell’accumulo nell’atmosfera di gas climalteranti, fra cui il più rilevante è l’anidride carbonica prodotta nella combustione di carbone, prodotti petroliferi, gas naturale, se pur con peso diverso (un impianto a gas a ciclo combinato, a parità di energia produce meno del 50 per cento della CO2 emessa da un impianto a carbone di tipo avanzato).
Analizzando le prese di posizione in materia, accanto al consenso pressoché unanime sulla necessità di puntare su un continuo incremento dell’efficienza nella produzione, nelle trasformazioni, nel trasporto e nell’utilizzo finale delle diverse fonti energetiche, e alle ipotesi - per ora ancora allo studio - di sequestro della CO2 che rivitalizzerebbero l’uso del carbone, è visibile per così dire “a occhio nudo” la crescita di una posizione intermedia, fra gli opposti sostenitori delle fonti rinnovabili o del nucleare come soluzioni risolutive sul medio-lungo periodo, che propone invece un mix nucleare-rinnovabili, ipotesi fino a poco tempo fa pressoché assente dal dibattito (lo studioso di problemi ambientali James Lovelock è forse il più noto fra questi “terzisti”).
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