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Il fascino pericoloso dei "campioni nazionali" Stampa E-mail
di Edgardo Curcio

Le recenti vicende in campo energetico, con le due Opa lanciate da Gas Natural su Endesa in Spagna e da Gaz de France su Suez in Francia, e ambedue sostenute dai locali governi, ripropongono il tema se è bene e necessario creare in alcuni settori strategici (come l’energia) dei “campioni nazionali”.
Intendiamo con questo termine dei grandi Gruppi integrati, di dimensioni tali da essere difficilmente scalabili da operatori stranieri, controllati dallo Stato e in grado di garantire al Paese di origine l’approvvigionamento di energia e la vendita di servizi energetici.
La prima domanda da fare riguarda il perchè è tornata l’esigenza di creare questi nuovi colossi energetici all’interno dei Paesi membri dell’Unione europea. Le risposte sono diverse.
C’è innanzitutto la preoccupazione da parte degli Stati di dover far fronte ad una situazione sempre più critica nel campo degli approvvigionamenti energetici, soprattutto in una situazione internazionale nella quale dominano grandi Gruppi monopolisti venditori di idrocarburi (ad esempio Gazprom) con i quali è necessario dialogare su posizioni di parità (se non addirittura di forza). Quindi c’è la necessità di avere nel Paese un interlocutore forte, legato alla politica e cioè agli interessi nazionali piuttosto che a quelli specificatamente industriali.
Poi c’è la paura che, in un mercato sempre più globalizzato, dove le operazioni di “take-over” sono all’ordine del giorno da parte di tutti i grandi Gruppi - europei, statunitensi o asiatici (cinesi, russi, coreani e giapponesi) - si possa perdere il controllo e l’identità nazionale delle grandi aziende che operano in un settore strategico come l’energia, con il rischio di essere asserviti a politiche contrarie agli interessi nazionali.
Infine, c’è la sensazione che il processo di liberalizzazione dei mercati energetici si stia indebolendo in Europa, come dimostra il mancato intervento della Commissione europea sul ritardo francese nell’apertura dei propri mercati a rete, e che un’Europa troppo allargata (a 25 Paesi) sia diventata un grande mercato, senza regole e senza indirizzi precisi.

Gérard Mestrallet
numero uno di Suez

Che questa sia la diagnosi del ritorno ai “campioni nazionali”, lo riscontriamo nelle maggiori spinte protezionistiche di alcuni Paesi rispetto ad altri. Questa “diagnosi” la troviamo in alcuni Paesi dell’Est Europa, preoccupati dal problema del rifornimento energetico che viene essenzialmente dal colosso russo; la troviamo in Spagna e Portogallo, fortemente dipendenti dalle forniture straniere e da alcuni anni protesi a creare grandi società nel settore dell’elettricità e del gas. Infine, la troviamo in Francia, dove il nazionalismo è di casa da tempo, dove è forte il timore di perdere “un pezzo del grande impero industriale francese” ad opera di Gruppi stranieri.
Ora l’eco di questo protezionismo economico, sull’onda di un riflusso di origine francese (l’Opa di Enel su Suez) si fa sentire anche nel nostro Paese.
Si ritorna a parlare di un grande Gruppo energetico nazionale (ENE) che dovrebbe nascere dalla fusione di Eni ed Enel, così come di una grande rete energetica nazionale, ottenuta dalla fusione di Terna e Snam Rete Gas, per dare più forza alle nostre attività energetiche e, soprattutto, per impedire possibili scalate da parte di società estere. Non a caso, si parlava a fine marzo di una possibile risposta che il Governo francese avrebbe in serbo all’Opa Enel su Suez con una grande Opa di Total-ELF su Eni.
Quindi sembra che la strada dei governi (e non delle società) sia quella di contrattaccare ad un’Opa con un’altra Offerta pubblica di acquisto, di tipo ostile.
Si proseptta così una vera battaglia per il controllo del grande e ricco mercato dell’energia in Europa, dove alla politica delle imprese si va a sovrapporsi sempre più la politica degli Stati.
Ma a ben guardare, queste scalate e queste mega-fusioni sono veramente necessarie e soprattutto servono ai consumatori del Paese dove vengono realizzate? La risposta per entrambe le domande è negativa.
Infatti, non servono nel proprio mercato, dove spesso il Gruppo che va a concentrarsi con un altro è già monopolista, mentre servirebbero a livello europeo o, in alcuni casi, a livello mondiale dove oggi, sempre più, si attua la vera concorrenza.
Quindi semmai c’è la necessità di essere presenti in più Paesi per avere più forza e più operatività, anziché in un solo Paese (che è quello di origine). Non servono, oltre che per ragioni economiche anche per motivazioni politiche, queste fusioni, perché contrastano con le direttive e regole emanate dalla Commissione europea per la realizzazione di mercati liberalizzati nei settori a rete.
Infatti, sarebbe profondamente sbagliato tornare alle logiche dei mercati chiusi e sopratutto dei vecchi monopoli di Stato, perché ciò è contrario allo spirito dell’Unione europea e del Mercato unico dell’energia, che è uno degli obiettivi principali a cui l’Europa tende nei prossimi anni.
Se poi guardiamo i riflessi di queste mega-fusioni sul mercato nazionale e quindi sui consumatori, troviamo che non solo non vi sono vantaggi per questi ultimi o, più in generale, per una maggiore competizione dei mercati, ma si realizzano difficoltà e condizioni negative un po’ per tutti.
Infatti, la creazione di grandi Gruppi monopolisti integrati su un mercato come quello dell’energia soggetto a regolamentazione, da un lato rende un cattivo servizio ai consumatori perché riduce le possibilità di offerta e quindi crea prezzi più elevati, dall’altro lato offre la sponda alla creazione di interessi trasversali tra politica ed economia e crea notevoli difficoltà al Regolatore nel gestire e far rispettare le norme di un mercato liberalizzato, che dovrebbe vedere più soggetti competere tra loro.
Più in generale, come accade con tutte le mega-fusioni, si hanno anche effetti negativi sul piano sociale perchè, per evitare duplicazioni di settori e di strutture, si tagliano posti di lavoro, si riducono le sedi operative e si concentrano le attività nel core business. Ora tutto ciò sarebbe positivo se avesse qualche riflesso sui prezzi, oltre che sui costi, ma, come è avvenuto recentemente, si verifica che i maggiori guadagni di efficienza in queste operazioni vanno agli azionisti e agli amministratori (con le stock option) e non già, come ci si potrebbe aspettare, ai poveri consumatori del mercato domestico.
Quindi è profondamente sbagliata la strategia di creare a tavolino, con l’aiuto dei Governi, deicampioni nazionali nel settore energetico per contrastare “possibili” scalate dall’esterno.
Se i mercati sono sempre più europei e globali, è necessario creare dei “campioni europei”, quando ciò è possibile e ci sono le condizioni.
La realizzazione di operazioni di concentrazione, di acquisizione ma anche di alleanza strategica fra Gruppi di diversa estrazione nazionale deve servire infatti non tanto per rafforzare le difese, ma sopratutto per sviluppare le capacità di crescita e di presenza delle imprese su tutto il mercato europeo.In questa direzione vanno viste con favore le due Opa fatte nel settore energetico recentemente, da E.ON che tende ad entrare nel mercato spagnolo, facendo fallire l’operazione nazionalistica Gas Natural-Endesa, e quella di Enel che tende ad acquistare Suez, per controllare Electrabel, facendo fallire l’altra operazione domestica Gaz de France-Suez.

Fulvio Conti
amministratore delegato Enel

Su questa linea, cogliendo alcune opportunità di mercato, si potrebbe muovere anche Eni, che sembra invece propensa a svilupparsi su linee interne, perchè un suo rafforzamento strategico, oltre a consolidare la sua posizione sul mercato internazionale dove tutti i grandi Gruppi petroliferi sono cresciuti con acquisizioni di altre società, potrebbe migliorare la sua capacità negoziale nell’approvvigionamento di olio e gas per il mercato domestico nei confronti dei grandi Gruppi esportatori mondiali di gas, sempre più alla ricerca di sbocchi sui mercati di consumo.
In altre parole, in questa strategia l’Eni potrebbe cedere piccole quote dei mercati dove andrebbe a posizionarsi a seguito di operazioni di acquisizione, in cambio di condizioni più vantaggiose per l’accesso e la negoziazione di accordi up-stream (ricerca e sviluppo) e mid-stream (acquisto e trasporto) di olio e gas.
Sul tema della liberalizzazione dei mercati europei dell’energia e più in generale della sicurezza, c’è da segnalare anche un recente rafforzamento della politica dell’Unione europea.
Infatti, nell’approvare il Libro Verde, la Commissione ha definito anche le priorità della sua futura politica energetica, ponendo al primo posto la liberalizzazione dei mercati, anche con regole più incisive e dichiarandosi contraria alla creazione di grandi Gruppi integrati nazionali; al secondo posto ha iscritto la sicurezza degli approvvigionamenti con la diversificazione delle fonti di energia e dei Paesi fornitori; e quindi negli altri punti ha prospettato l’esigenza di aumentare l’efficienza e lo sviluppo delle fonti rinnovabili. Un quadro pertanto più chiaro su quello che l’Europa vuol fare, per mantenere una posizione di rilievo su un settore importante come quello dell’energia, sempre più difficile in una prospettiva di breve-medio termine, a cui è bene rispondere con strategie precise e con tattiche opportune da parte di tutti i Paesi membri.



 
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