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Vattani: "Comparto energia? Una buona ripresa per il nostro export" Stampa E-mail
di Davide Canevari

Ci sono le chiacchiere da bar, quelle che di solito dividono su calcio, cronaca e politica; e uniscono solo quando si parla di Veline.
Ci sono le chiacchiere da cortile, sintonizzate il più delle volte sull’ultimo reality show, e rigorosamente separate in opposte schiere di fan quanto mai agguerrite. Le chiacchiere che spesso si ascoltano lungo i corridoi dei “palazzi dell’energia” non sono necessariamente più profonde o immuni da stereotipi.
Ma, almeno su un tema, sembrano purtroppo d’accordo. Quando entra in gioco la tecnologia – a parte rari ed encomiabili esempi (se ne parla in altre pagine contenute nel Dossier “Energia e mercati”) – l’Italia pare aver perso il treno e molta della propria capacità di penetrazione all’estero. Per numerose tipologie di prodotto (turbine, motori per la generazione stazionaria, generatori, pale eoliche, pannelli solari, caldaie...) trovare il made in Italy ai vertici della produzione e del know how sembra un evento molto raro. Figuriamoci quale voce può avere l’Italia dell’energia sui mercati esteri più evoluti…
Errore. L’Ambasciatore Umberto Vattani, presidente dell’Istituto per il commercio estero (ICE) ha esaminato per Nuova Energia gli ultimi rapporti sull’export italiano del comparto energia. E, numeri alla mano, descrive una realtà piuttosto diversa da quella raccontata dai luoghi comuni. “Gli ultimi dati in nostro possesso confermano una buona ripresa. Il tasso di crescita del fatturato delle aziende italiane del comparto produzione di energia nel 2005 è stato pari al 10 per cento. Merito del mercato interno, con l’avvio della costruzione di nuove centrali. Ma anche delle commesse estere, che hanno premiato i nostri Gruppi di eccellenza che operano nei grandi componenti e negli impianti completi per la generazione da fonti tradizionali (ma anche rinnovabili). L’Italia ha ancora una certa forza sui mercati stranieri. A volte, è vero, si tratta di multinazionali straniere presenti sul nostro territorio. Comunque con strutture produttive e di ricerca ben radicate”.

Quali solo i principali mercati di sbocco delle nostre produzioni?
L’Asia rappresenta il nostro migliore cliente con oltre il 37 per cento delle commesse. Notevole anche il ruolo del Nord Africa(soprattutto Algeria, Egitto, Iran) con un ulteriore 24 per cento. Un altro settore che sta dando soddisfazione alle nostre imprese è quello della trasmissione.

Ci dia qualche dettaglio.
Innanzitutto cambia la struttura imprenditoriale di riferimento. Passiamo dal caso precedente - poche grandi imprese – a un tessuto costituito da 750 piccole e medie aziende, tutte con una elevata propensione all’export.
Si sono creati macro distretti interessanti in Lombardia (nell’hinterland milanese, ma anche a Brescia, Bergamo, Varese, Lecco), a Torino, in Veneto e in Emilia. Anche in Toscana si segnalano realtà di rilievo. Poco rappresentato, invece, il Mezzogiorno.
Quanto ai nostri “clienti” esteri più affezionati, in pole position c’è l’Europa con le sue nazioni di punta (Francia, Germania, Spagna) che si aggiudica il 58 per cento delle nostre esportazioni seguita dall’Asia con il 28.

Terzo settore da esaminare, quello della distribuzione…
Entrano in campo, in questo caso, trasformatori, componenti per l’alta e media tensione, gruppi elettrogeni, quadri di controllo. È forse il settore di maggiore soddisfazione per il nostro Paese, con l’export che pesa per il 70 per cento sul fatturato complessivo (era il 50 per cento nel 2002). I mercati di sbocco prevalenti sono l’Europa, che assorbe il 40 per cento delle nostre esportazioni, e l’Asia con il 16 per cento. Altri mercati di riferimento sono il Brasile e gli Usa.

Quali sono i principali punti di forza delle aziende italiane? E quali le debolezze?
Siamo forti nella personalizzazione e customizzazione del prodotto. Per i sistemi di prova e misura applicati all’energia, l’Italia può vantare distretti produttivi di eccellenza, con uno stretto e costante contatto tra l’industria, la ricerca, le Università. Quanto ai problemi, sono note le tensioni forti sul mercato delle materie prime, indotte soprattutto dalla Cina.
Di sicuro, la mancanza di una “azienda traino” nei nostri distretti industriali, tranne rari casi, acuisce il problema. C’è un secondo aspetto. Oggi la competizione è anche basata sullo sviluppo di adeguate strutture di assistenza direttamente nei mercati serviti. Su questo aspetto l’Italia non sempre si è dimostrata all’altezza dei più agguerriti concorrenti.

Torniamo al "rischio Cina". Vale anche per il comparto energia?
La Cina è diventata in brevissimo tempo il terzo produttore mondiale di energia elettrica. Grazie anche alla liberalizzazione del mercato interno si è verificata una drastica accelerazione nella costruzione di impianti, centrali, reti di distribuzione.
La certezza di poter contare su un fortissimo mercato interno ha aiutato, naturalmente, le imprese cinesi interessate anche all’export. E quindi le ha rese per così dire più pericolose sui mercati stranieri.
C’è, però, l’altro lato della medaglia: in un mercato interno così dinamico e ricco di progetti e iniziative, le aziende straniere più capaci, innovative, intraprendenti non possono non trovare spazio. Su questo campo ci stiamo muovendo da tempo. Un primo obiettivo è quello di mirare ad aggregazioni delle nostre imprese energetico-ambientali, perché possano presentarsi sul mercato cinese con maggiore forza e migliori credenziali. Poi, l’Ice, assieme al ministero dell’Ambiente, ha attivato a Pechino un centro permanente di monitoraggio sui nuovi progetti, per valutarne gli impatti ambientali e proporre possibili soluzioni di riduzione o contenimento delle emissioni.
Soluzioni che, ovviamente, possano vedere protagoniste la nostra tecnologia e le nostre imprese.

Cina a parte?
In questo momento stiamo guardando con grande attenzione alle potenzialità di due Paesi come India e Brasile.
Proprio a fine marzo, una delegazione composta da Ice, Confindustria e Abi, è “volata” in Sud America per rafforzare i rapporti tra Brasile e Italia. Tra i settori che si intende potenziare ci sono anche energia e ambiente.

Il “caro petrolio” ha influenzato l’export italiano?
Su questo argomento l’Ice, assieme a Prometeia, ha condotto uno studio approfondito, che ha rilevato risultati molto interessanti.
In primo luogo va notato come i Paesi produttori di greggio abbiano aumentato fortemente la loro propensione all’import.
I maggiori introiti derivanti dall’industria estrattiva hanno determinato un incremento della ricchezza assoluta e, quindi, della capacità di spesa sui mercati internazionali dei manufatti, creando una componente di domanda estera aggiuntiva per tutti i principali produttori industriali, Italia compresa. È questo un aspetto positivo dei rialzi che, almeno in parte, va a compensare quello negativo di aumento dei costi di produzione. Come Ice abbiamo concentrato l’attenzione su sei Paesi appartenenti all’Opec (Algeria, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Iran, Libia e Venezuela), sulla Norvegia e sulla Russia. Tutti hanno mostrato una stretta relazione tra il prezzo del petrolio e le potenzialità di crescita dell’economia (in generale) e della propensione a importare (in particolare). Basti un dato: i flussi di petrolio in uscita da questi Paesi mediamente contribuiscono per oltre il 20 per cento alla formazione del loro prodotto interno lordo.

Chi deve gioire della maggiore capacità di spesa dei "petrolieri"?
Tutte queste economie, con la sola eccezione del Venezuela, hanno nell’Europa la loro controparte commerciale più importante.Inoltre, abbiamo stimato che nel prossimo biennio le importazioni di manufatti in quest’area del mondo cresceranno ad un tasso del 10 per cento. Occorre quindi essere pronti a cogliere queste opportunità. Il nostro Paese parte “avvantaggiato” poiché detiene una quota mercato media del 7 per cento con punte del 30 in Libia e del 10 in Algeria e Iran. Complessivamente, circa il 6 per cento dell’export italiano è rivolto verso i Paesi esportatori di petrolio (pari ad oltre 14 miliardi di euro), di cui un terzo verso la Russia e un altro terzo verso Iran ed Emirati Arabi. Per le aziende italiane il messaggio è dunque chiaro: investire in questi mercati può essere una scelta vincente.

E può essere una bella sfida tecnologica.
È vero. Oggi proprio i prodotti della filiera elettromeccanica rappresentano oltre il 40 per cento delle esportazioni italiane in questi Paesi, una percentuale molto maggiore di quella osservata nel complesso dei flussi in uscita dall’Italia.
Questa caratteristica è molto marcata in Libia, Algeria e Iran, mentre gli altri Paesi tendono più a riflettere la tradizionale composizione delle esportazioni italiane, con una maggior rilevanza del made in Italy e uno scarso peso di beni intermedi e mezzi di trasporto.

I nostri concorrenti più temibili?
Cina e Germania (i tedeschi sono avvantaggiati dalla qualità delle loro strutture estere di assistenza tecnica).
Indietreggiano, invece, Giappone, Usa e Inghilterra. Per quanto riguarda, nello specifico, l’elettromeccanica, dobbiamo fare molta attenzione anche a Finlandia e Ucraina. Sono due competitor più “silenziosi” della Cina, ma non meno pericolosi. Da non sottovalutare anche Polonia e Turchia, sempre più presenti sui mercati stranieri.

Altri mercati “petroliferi” interessanti?
Certamente la Russia, che ha molto interesse per il made in Italy di qualità.


 
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