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Una storia milanese da "recuperare" Stampa E-mail

di Riccardo Caminada* e Angelo Gerli**

* Direttore del servizio valorizzazione della raccolta di Amsa
** Consulente energia e ambiente

Un tecnico all’interno del termovalorizzatore Silla 2Già da tempo a Milano il problema dello smaltimento dei rifiuti urbani è stato affrontato in modo tale da superare, quanto meno parzialmente, il semplice deposito improduttivo in discarica.
Nel capoluogo lombardo esistevano due impianti per la termoutilizzazione dei rifiuti urbani. Il primo, ubicato in via Zama ed entrato in esercizio nel 1968 - uno dei primi impianti di questo tipo realizzati in Italia - era dimensionato per bruciare 480 tonnellate/giorno di RSU con potere calorifico di 1.400 kcal/kg. Il secondo impianto, entrato in esercizio nel 1975, era situato in via Silla, zona Figino, e aveva una potenzialità di 600 tonnellate/giorno.
Si trattava di impianti tecnologicamente molto validi per i tempi in cui erano stati costruiti, che avevano subito successive ristrutturazioni e che risultavano dotati di sezioni di recupero energetico dimensionate rispettivamente per potenze elettriche di 7,4 MW e 11,6 MW.
Questi impianti hanno assolto per anni, in modo del tutto soddisfacente, i compiti per i quali erano stati progettati, in primo luogo contribuire allo smaltimento di una consistente percentuale di rifiuti urbani prodotti nel Comune di Milano. Da un punto di vista ambientale il funzionamento dei due impianti si era dimostrato senz’altro accettabile, con valori di emissioni largamente inferiori ai limiti di legge, con ridotto impatto sul traffico locale per il conferimento dei rifiuti, e buon inserimento paesaggistico.

LE NUOVE ESIGENZE
Ci si doveva però adeguare alle nuove esigenze: aumento dei quantitativi di ri- fiuti urbani prodotti a Milano, necessità di affrancarsi completamente dalla dipendenza dalle discariche, inserimento in un ciclo virtuoso di gestione dei rifiuti che prevedesse una sempre più spinta separazione delle frazioni recuperabili, esigenza di un sempre più capillare sfruttamento delle risorse rinnovabili - tra cui i rifiuti - per contribuire al miglioramento del bilancio energetico nazionale.
Quest’ultima esigenza aveva portato ad un radicale cambiamento della filosofia progettuale degli impianti nei quali venivano conferiti i rifiuti urbani destinati alla combustione, impianti che venivano ora visti non più come dedicati in primo luogo allo smaltimento, ma come componenti di un vasto sistema di produzione energetica da fonti alternative rinnovabili: impianti di termovalorizzazione dei rifiuti urbani.
Verso la metà degli anni Novanta, anche in Lombardia e a Milano, l’aumento nella produzione di rifiuti urbani e il progressivo esaurimento degli spazi nelle discariche esistenti aveva fatto paventare un imminente stato di emergenza [...].

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