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Rinnovabili ed efficienza in riserva (indiana) Stampa E-mail

di Dario Cozzi


L’America scoperta da Cristoforo Colombo nel 1492 era un continente intero a disposizione di un milione di abitanti, organizzati in oltre 400 nazioni indipendenti, con 200 diverse lingue, proprie religioni, sistemi di governo autonomi e territorialmente ben definiti.
A mezzo millennio di distanza dall’attracco delle Caravelle, la popolazione degli indiani d’America si avvicina ora ai due milioni di unità, dopo aver toccato il limite minimo di meno di 500 mila anime al termine del diciannovesimo secolo. Le 300 indian reservation che ospitano la maggior parte degli indiani sono concentrate soprattutto ad ovest del fiume Mississippi.
Cittadini d’America, gli indiani - o meglio, le loro tribù - sono riconosciuti come distinct, independent political communities. Washington esercita una giurisdizione solo parziale e limitata, e all’interno dei territori riconosciuti cede il passo ai singoli tribal governments. La storia, a questo punto, si ferma. E si incrocia – curiosamente – con la geografia e con la politica energetica. Molte delle terre cedute dall’uomo bianco ai nativi e trasformate in riserve erano onestamente inospitali, almeno secondo i parametri occidentali: troppo sole, troppo vento… Fastidiosi elementi, che la recente attenzione per le energie rinnovabili ha però trasformato in preziose (potenziali) risorse.

foto di Giovanni De Simone

Uno studio del Dipartimento per l’energia degli Stati Uniti ha ad esempio valutato che le tribal lands hanno il potenziale di soddisfare il 14 per cento del fabbisogno energetico globale degli Stati Uniti, solo considerando l’energia eolica; e l’intera domanda qualora fosse implementato un massiccio programma di sfruttamento della risorsa solare. Niente male, se si considera che quelle terre rappresentando solo un ventesimo dell’intera superficie degli States.
Per ora, fortunatamente, l’ipotesi di un nuovo colonialismo energetico - tecnicamente non così assurda, dal momento che molte tribù abitano in aree attraversate da grandi linee di trasmissione - appare ancora remota.

È invece concreto, di estremo interesse e ormai avviato da qualche anno il Tribal Energy Program. Si tratta di un programma nato con l’intento di promuovere l’autosufficienza energetica, il progresso economico e occupazionale nei territori abitati dalle tribù dei nativi, e questo attraverso lo sviluppo delle tecnologie legate alle fonti rinnovabili e all’efficienza energetica. Il programma, sostenuto dal DOE, intende fornire alle tribù assistenza finanziaria e tecnica nella valutazione delle diverse fonti, nonché una adeguata formazione che consenta ai nativi di acquisire la competenza necessaria per realizzare e gestire i propri progetti energetici.
Tra i punti, nell’elenco degli intenti che il programma intende conseguire, colpisce in special modo l’accento posto sugli aspetti educativi – mettere i capi tribù in condizione di assumere decisioni informate sulle scelte energetiche, valorizzare le capacità della persona attraverso la formazione e grazie ad essa migliorare le economie locali e l’ambiente – ovvero l’istruzione come motore per far decollare la qualità della vita dei nativi americani.
“La specificità del nostro programma - ha ribadito Lizana Pierce, project manager del Tribal Energy Program - è proprio quella di concentrare l’attenzione sul fattore umano più che sulle tecnologie; vogliamo investire principalmente sulle capacità umane. Una delle vie da percorrere per evitare ogni tentazione di energy colonization è proprio quella di coinvolgere fin da subito e direttamente le tribù in ogni processo decisionale concernente l’energia e di diffondere la cultura dello sviluppo della propria terra anche attraverso lo strumento di una own energy”.
È importante porre l’accento proprio su questo elemento: all’interno del Programma le fonti rinnovabili non sono viste come un fine, bensì come un mezzo. Uno strumento - mai imposto a priori - semplicemente finalizzato alla copertura delle proprie esigenze, fortemente legato al proprio backyard, valutato sempre in termini particolari. La sicurezza nazionale, l’esigenza di disporre di un mix più equilibrato degli approvvigionamenti, la lotta ai cambiamenti climatici… sono altre cose. Fanno parte di altri programmi.

E questo configura un affascinate ritorno alle origini per le stesse energie rinnovabili. A quando, cioè, si proponevano non come soluzione globale ai problemi energetici del Pianeta, bensì come risposta puntuale all’esigenza di comunità locali o, comunque, di utenze di piccole o medie dimensioni.
“Il dipartimento per l’energia ha deciso di aiutare i nativi a raggiungere i propri fabbisogni di energia elettrica ricorrendo a tecnologie pulite - ha confermato il segretario del Dipartimento per l’energia Steven Chu - con il vantaggio aggiuntivo di creare nuovi posti di lavoro e opportunità economiche direttamente in loco”. Soprattutto per le comunità più isolate dell’Alaska si tratterebbe di un importante punto di svolta. Ad oggi, infatti, la loro dipendenza dal petrolio - come fonte energetica primaria – è quasi assoluta, con la pesante vulnerabilità che ciò comporta soprattutto in termini di prezzo dell’energia elettrica, del tutto vincolato all’andamento altalenante delle quotazioni del greggio.
Va anche aggiunto che la spesa media di un indiano per l’approvvigionamento dei beni energetici, risulta in linea con quella di un americano medio, residente in una città. Tuttavia, data la vistosa differenza del reddito medio procapite, l’incidenza percentuale della bolletta viene inevitabilmente a pesare molto di più su un native che sugli altri cittadini a stelle e strisce. E sarà il primo, dunque, ad aver maggiore interesse a percorrere una strada che porti all’autosufficienza e alla sostenibilità energetica.

Per altro lo stesso Programma va inteso come una sorta di dichiarazione di intenti e di impegni, quasi una filosofia di massima e non certo un dettagliato elenco di procedure, di obiettivi, di strumenti ben definiti. Le realtà alle quali si rivolge sono infatti estremamente eterogenee - 564 tribù federally-recognized, compresi i villaggi dell’Alaska - culturalmente diverse tra loro, presenti su territori che spaziano dal deserto alla tundra, dalle praterie assolate alle regioni umide costiere. Ogni intervento, dunque, fa storia a parte, deve essere inteso come se fosse il primo e non necessariamente potrà essere preso ad esempio per i successivi.
If you’ve met one Tribe... you’ve met one Tribe, riconosce Lizana Pierce: una volta che hai conosciuto una tribù indiana… ne hai conosciuta una soltanto.

foto di Giovanni De Simone

Non è facile, a questo punto, stilare una mappa completa di quello che è stato fatto e, soprattutto, di quanto è ancora oggi in corso d’opera o si potrà fare domani. A solo titolo di esempio si illustrano brevemente tre casi.
La tribù dei Tulalip ha potuto risolvere una annosa controversia con alcuni allevatori locali – le deiezioni degli animali negli allevamenti intensivi causavano un impatto ambientale non trascurabile sulle colture indigene – avviando un impianto a biogas che ora è gestito in cooperazione tra le due parti.
La nazione Cherokee, in Oklahoma, ha recentemente beneficiato dei fondi del DOE per la definizione di un business plan relativo a una wind farm da 100 MW.
La tribù Ramona, in California, ha attivato un impianto fotovoltaico da 10 kW che si propone come il primo timido step verso un ben più ambizioso obiettivo: diventare la prima riserva completamente autosufficiente, off-grid, zero carbon e avviare quindi un nuovo business nel campo dell’eco-turismo.
La nuova amministrazione americana ha dato certamente impulso a questi progetti, ma il merito di tale idea non può essere attribuito unicamente alla svolta di Obama. Infatti, i primi risultati positivi risalgono al 2002 e da allora 93 progetti energetici avanzati da comunità tribali sono stati appoggiati dal Dipartimento per l’energia.

 
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