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La geopolitica dentro i pozzi Stampa E-mail

Nel corso del 2002 e nel 2003 il mercato petrolifero internazionale è stato, e sarà, pesantemente influenzato dal prevalere dei fattori politico-strategici rispetto a quelli tecnico economici.
Il disarmo dell'Iraq, dove un regime dittatoriale, inviso anche agli Stati vicini, ha continuato una politica di scarsa collaborazione con la comunità internazionale nonostante la sconfitta seguita all'invasione del Kuwait, è stato l'elemento dominante dell'anno.
Questa situazione d'incertezza, in un'area cruciale sia dal punto di vista politico sia da quello petrolifero, ha condotto gli Stati Uniti ad assumere un atteggiamento sempre più deciso per arrivare a un chiarimento sull'effettiva eliminazione delle armi di distruzione di massa ancora in possesso dell'Iraq. Tale eliminazione era stata richiesta da una serie di mozioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che avevano portato, insieme ad alcuni risultati concreti, anche all'insorgere di un lungo e frustrante contenzioso conclusosi con l'uscita degli ispettori ONU.

Proprio l'insoddisfazione degli Stati Uniti per il lento avanzare delle verifiche avviate, nuovamente, nella seconda parte del 2002 ha portato questa nazione a pronunciare più volte minacce d'intervento diretto, ancor prima della conclusione dei nuovi controlli degli ispettori delle Nazioni Unite. Una profonda ostilità al regime di Saddam Hussein, considerato come potenziale sostenitore e fornitore di armi a organizzazioni legate al terrorismo internazionale, e il conseguente desiderio di modificare l'assetto politico di quella regione hanno portato a una forte accelerazione delle iniziative americane.

La prospettiva di un precipitare della crisi con l'Iraq e la perdurante tensione in Palestina, dove i rapporti tra Autorità Palestinese e lo Stato d'Israele sono andati peggiorando a causa di sempre più frequenti attentati terroristici, hanno avuto un forte impatto sulle quotazioni del petrolio. Il ritorno dei prezzi del greggio su livelli di guardia, con punte superiori ai 30$/b ha riacceso il dibattito sull'eccessiva dipendenza dal petrolio e sui rischi di un sistema di approvvigionamento caratterizzato da un ruolo dei Paesi Opec assolutamente decisivo. A queste preoccupazioni si è aggiunta quella, ricorrente, di un prossimo esaurimento delle risorse petrolifere mondiali.

In realtà, l'esame dell'andamento dell'offerta e della domanda nel corso dell'anno consente, a livello tecnico, una visione meno pessimistica che permette anche di meglio ponderare le possibili scelte.
Per quanto riguarda la domanda, il 2002 non ha visto concretizzarsi l'atteso miglioramento del ciclo economico, determinando un aumento degli impieghi di petrolio solo da parte dei Paesi dell'Est e dei Paesi in via di sviluppo, che hanno un forte potenziale di crescita per tutti i prodotti petroliferi. Rispetto ad un andamento della domanda sostanzialmente riflessivo, nonostante qualche limitato segno di recupero nell'ultimo trimestre dell'anno, dovuto anche a fattori climatici, l'offerta è stata caratterizzata da ulteriori sensibili progressi della produzione non OPEC che è aumentata su base annua di 1,3 milioni di b/g con in primo piano l'ex-URSS che ha ampiamente superato il traguardo dei 9 milioni di b/g collocandosi altresì al primo posto nella graduatoria mondiale, prima dell'Arabia Saudita con 7,4 milioni di b/g.

La produzione OPEC, anche per effetto delle decisioni assunte in occasione dei vari vertici dell'organizzazione che si sono succeduti nel corso dell'anno e che sono stati dominati dalla preoccupazione di garantire la continuità degli approvvigionamenti ma, allo stesso tempo, di evitare crolli di prezzi, si è mantenuta mediamente sui 25 milioni di b/g rispetto ai 27 dell'anno precedente. La politica di "price defence" ha quindi prevalso su quella dell'espansione della "market share", difficile da perseguire in una fase di domanda poco dinamica.

A conferma di una situazione sotto controllo vi è stato l'andamento dei mercati dei prodotti, dove l'offerta abbondante non sempre ha consentito di trasferire sui prodotti gli incrementi dei prezzi del greggio. L'andamento della scala valori sui due principali mercati europei - Rotterdam e Mediterraneo - non ha mai raggiunto livelli tali da segnalare gravi strozzature nel settore della raffinazione anche nei momenti dell'anno dove si concentra la domanda di alcuni prodotti leader. Rispetto a un andamento dei fondamentali certamente non caratterizzato da gravi tensioni o strozzature, i fattori di tipo politico hanno avuto, invece, un ruolo di primo piano nel determinare forti oscillazioni nell'andamento del prezzo del petrolio e, nell'ultima parte dell'anno, nel determinare un prezzo medio decisamente superiore alla media degli ultimi anni. Le punte più alte dei prezzi hanno largamente coinciso con i momenti di maggiore tensione nella controversia che ha opposto Nazioni Unite, Stati Uniti da un lato e Iraq dall'altro sul tema del disarmo di questo Paese mentre la situazione mediorientale è rimasta caratterizzata dal susseguirsi di attentati e dalle reazioni militari dello Stato di Israele contro i terroristi e le loro basi in territorio palestinese.

Il 2002 era iniziato, infatti, con quotazioni del greggio ancora favorevoli per i Paesi consumatori intorno ai 20 $/b per il Brent ma già nel mese di marzo col crescere delle preoccupazioni per gli sviluppi della situazione in Medio Oriente la quotazione mensile media del Brent si è portata sui 24 $/b con un incremento di circa il 20%, definito come "war premium". Il livello dei prezzi, nell'attuale struttura del mercato, risente istantaneamente, amplificandole, dalle attese, non solo degli operatori industriali ma anche di quelli finanziari che operano sui mercati a futuri. Nel secondo trimestre le quotazioni del Brent hanno subito nuovi aumenti e il livello medio del trimestre è collocato 25,04 $/b, nonostante numerose iniziative sul piano politico volte ad attenuare le tensioni in Medio Oriente e la situazione dei fondamentali caratterizzata da una condizione di offerta adeguata alla domanda. Nella seconda parte dell'anno, con l'accentuarsi del contrasto tra Stati Uniti e Iraq, il prezzo medio del Brent ha registrato nuovi aumenti determinando quotazioni medie per il terzo e quarto trimestre rispettivamente di 26,95 e 26,78$/b E proprio in questi due trimestri si sono anche registrate le maggiori oscillazioni con quotazioni del Brent che, su base giornaliera, si sono dapprima avvicinate, per poi superarla, alla soglia dei 30$/b. In particolare nel mese di dicembre, in concomitanza con l'intensificarsi dei preparativi per un'azione militare contro l'Iraq da parte di Stati Uniti e Gran Bretagna, si è manifestato un nuovo pericolo per la continuità degli approvvigionamenti petroliferi mondiali con l'inizio di un lungo sciopero da parte dei lavoratori dell'industria petrolifera del Venezuela, nel quadro di una nuova grave crisi dei rapporti tra governo e opposizione. La forte e inattesa riduzione dei livelli produttivi di questo Paese le cui esportazioni sono dirette tradizionalmente verso gli Stati Uniti hanno così provocato fortissime preoccupazioni anche nella prospettiva di un ulteriore acuirsi della crisi con l'Iraq.

Interruzioni prolungate della produzione venezuelana (circa 3 milioni di b/g) e di quella irachena costituirebbero una minaccia abbastanza seria alla regolarità degli approvvigionamenti petroliferi mondiali. La capacità produttiva inutilizzata a livello mondiale, concentrata per lo più in Arabia Saudita, non sarebbe in grado almeno nel brevissimo termine di compensare un deficit produttivo di Iraq e Venezuela, con una produzione complessiva di oltre 5 milioni di b/g, senza un ricorso massiccio agli stoccaggi industriali e strategici. In questo caso gli effetti sul mercato sarebbero molto pesanti a causa del gioco delle aspettative. In effetti, in quest'inizio d'anno, sono venuti dal Venezuela segnali di soluzione della crisi, almeno relativamente a produzione e esportazione di petrolio, ma il solo aggravarsi della crisi con l'Iraq è stato sufficiente a mantenere le quotazioni del greggio nella fascia superiore ai 30 $/b confermando il ruolo dei fattori politici sul mercato.

Ed è proprio su questi fattori che occorre indagare per valutare i rischi cui è esposto il sistema di approvvigionamento di gran parte dei Paesi industrializzati e di quelli in via di sviluppo e per comprendere le motivazioni dei comportamenti dei governi. Il petrolio è tuttora, e lo sarà anche nei prossimi anni, una risorsa a carattere strategico ed è naturale che i governi si interessino al funzionamento del mercato e ai suoi meccanismi di funzionamento ivi compreso quello delicatissimo dell'accesso alle risorse. Dopo il controshock del 1986, sembrava che il mercato petrolifero si stesse avviando verso le regole dell'economia globale anche se rimaneva aperto il problema dell'accesso ad alcune aree cruciali del Medio Oriente. Il problema si era in parte attenuato con l'apertura alle regole del mercato dell'area del Caspio e di altri Paesi anche Opec.

La crisi dell'11 settembre, pur maturata al di fuori del settore petrolifero, ha però messo in discussione, anche se in via teorica, il ruolo di moderazione fino ad oggi svolto dall'Arabia Saudita, il più grande esportatore di greggio del mondo. Questo pericolo potenziale, basato su un certo raffreddamento dei rapporti con gli Stati Uniti a causa del sostegno di alcuni ambienti sauditi a movimenti fondamentalisti e ad una certa insofferenza per la permanenza di forti contingenti militari americani nel Paese custode dei Luoghi Santi dell'Islam, è stato sufficiente a rendere ancor più urgente il problema di un nuovo assetto nell'area e, in particolare, dei rapporti con l'Iraq che ormai da lunghissimi anni è confinato in un ruolo molto secondario in campo petrolifero pur disponendo di un potenziale di riserve paragonabile a quello dell'Arabia Saudita; riserve di enorme importanza per assicurare una transizione non traumatica dal petrolio alle nuove fonti di energia. Dal 1991, la produzione di questo Paese, che tra l'altro non partecipa attivamente all'attività dell'OPEC, è stata soggetta a controllo delle Nazioni Uniti nell'ambito del protocollo "oil - for food" mentre l'industria petrolifera è andata via via deteriorandosi nell'attesa dell'inizio di una nuova fase di rapporti con le compagnie internazionali - non solo americane - che da anni aspettano di operare in quel Paese.

Non è quindi una guerra per il petrolio quella che si va prospettando, perché specie nel breve termine il petrolio è ampiamente disponibile, ma un ben più ampio confronto di tipo geopolitico. Tale confronto che si è andato sviluppando nel corso del 2002 e che continuerà a svilupparsi nel 2003 ha come obiettivo principale quello del riassetto dei rapporti internazionali in un'area strategica che si estende ben al di fuori dello stesso Medio Oriente e che non può rimanere estranea alle logiche della globalizzazione. Su tale esigenza è difficile essere in disaccordo mentre sugli strumenti adottati e su quelli da adottare, sino all'uso unilaterale della forza al di fuori delle regole che la comunità internazionale si è data, esistono, purtroppo, fortissime divergenze di opinioni e gravi tensioni. D'altra parte la realizzazione di un nuovo ordine nella regione, al di fuori di un disegno politico che risulti accettabile, in primo luogo, dalle popolazioni locali e, quindi, dalla comunità internazionale, rischia di perpetuare le condizioni di instabilità e l'ulteriore radicamento dei fondamentalismi che rappresentano la più grave minaccia allo sviluppo di relazioni internazionali basate sul rispetto reciproco.




 
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