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La normazione tecnica aiuta sviluppo e ambiente Stampa E-mail
di Pierangelo Andreini

Il secolo da poco trascorso è stato indubbiamente un periodo di transizione critica sul piano politico e sociale, durante il quale la popolazione mondiale è arrivata a quadruplicarsi, modificando profondamente il proprio comportamento. Ancora più impressionante, è facile prevederlo, sarà però il cambiamento cui assisteremo nei prossimi decenni. Uno scenario notevolmente diverso, nel quale lo sviluppo tecnologico offrirà all’uomo possibilità ancor più impensabili rispetto a quelle sin qui offerte, che saranno per contro caratterizzate da paure e cautele per gli effetti della loro diffusione, come per esempio nel caso attuale dell’elettrosmog.
Ciò comporterà l’introduzione di nuovi vincoli, nuove proibizioni, quello che sembrava normale ed era consentito prima non lo sarà forse più. Ne è una testimonianza l’incessante attività regolamentare del Parlamento e della Commissione europea in materia di salute, sicurezza, inquinamento, risparmio energetico, eccetera. L’umanità non è solo aumentata numericamente ma si è capillarmente interconnessa. Basti pensare alla crescita dei trasporti, alla telefonia, al moltiplicarsi delle emittenti radiotelevisive, alla diffusione di Internet, al monitoraggio sempre più dettagliato al quale è sottoposto l’ecosistema. L’insieme di questi fattori ha innescato un formidabile incremento dell’interscambio commerciale, in particolare con i Paesi in via di sviluppo, e quello della produzione mondiale di beni e servizi.

Per conseguenza, il motore dello sviluppo economico mondiale è diventato sempre di più il mercato internazionale, richiamando nuovi produttori, provenienti anche da nuovi Paesi, con un forte aumento della concorrenza. Le opportunità offerte dal crescente volume degli scambi e la ricerca delle condizioni più favorevoli per i mezzi di produzione hanno portato i mercati nazionali ad aggregarsi in aree di libero commercio, ne sono un esempio i Paesi europei che hanno costituito il Mercato comune, il Nord America con il Nafta (North American free trade agreement), l’Asia con l’Apec (Asian pacific economic cooperation). E il processo prosegue per la realizzazione di un mercato globale, sotto la spinta dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio, erede del Gatt, il General Agreement for trade and tariff, con lo scopo di eliminare progressivamente le barriere, tecniche o tariffarie al commercio e ogni forma di distorsione della concorrenza.
È un processo inevitabile, questo della globalizzazione, che deve essere governato con gli opportuni correttivi e strumenti, tra cui quello della normazione tecnica, per tutelare le economie più deboli ma che rimane essenziale per il corretto sviluppo del sistema economico mondiale. L’apertura dei mercati in un contesto come l’attuale di forte concorrenza e super produzione, nel quale l’offerta supera di gran lunga la domanda, ha posto esigenze di differenziazione e qualificazione di prodotti, processi e servizi. E queste esigenze, come è noto, sono state soddisfatte con lo strumento della certificazione di conformità alla normativa industriale. Di qui lo sviluppo esponenziale delle certificazioni di prodotto e dei sistemi di gestione aziendale secondo le ISO 9000, che sono una novità degli ultimi anni. A 16 anni dalla prima edizione del 1987, oggi le aziende certificate ISO 9000 nel mondo sono oltre 700.000 di cui 70.000 in Italia.

Non sempre si percepisce sufficientemente la portata degli effetti positivi di questo fenomeno. L’ancorare la concorrenza alla misura della qualità effettuata con il riferimento ad una normativa industriale di tipo volontario è stato un escamotage ottimale per dare un nuovo ordine alle attività produttive, troppo complesse per essere governate con la logica del comando-controllo. Ciò ha portato la normativa volontaria, cioè la codificazione tecnica del ben operare ad espandersi progressivamente e ad interessare tutti i settori delle attività economiche. Se si confronta il catalogo delle norme UNI del 1960 con quello del 2002 si scopre che il numero di norme è quadruplicato. Si è creato così un linguaggio comune e un sistema di riferimento capace di innescare un processo di autocontrollo degli effetti negativi delle attività produttive basato su qualità e concorrenza.

È questo lo strumento fondamentale su cui si sta facendo leva per governare la crescita economica mondiale, sempre più imponente, al punto di superare non solo su scala locale ma anche, ormai, su scala mondiale la capacità di carico dell’ecosistema. Pensiamo alla moria delle foreste dovuta alle piogge acide, al buco dell’ozono dovuto al rilascio dei clorofluorocarburi da frigoriferi, condizionatori, bombolette, al cambiamento climatico in atto del quale è imputata con indizi sempre più schiaccianti la crescita delle emissioni di anidride carbonica. La sua concentrazione nell’atmosfera è aumentata nel secolo di circa il 20 per cento. Ma più della metà dell’aumento si è verificato negli ultimi trent’anni. Porre un limite alla CO2 però significa frenare l’utilizzo dei combustibili fossili e quindi il motore dello sviluppo.
La macchina mondo infatti “va”, per così dire, per l’80 per cento con combustibili fossili. Pertanto, almeno per il momento non vi sono alternative all’utilizzo dei combustibili fossili, tanto più se si considera che il fabbisogno energetico mondiale sta crescendo, molto più dell’incremento demografico, in un quadro di profonde differenze regionali. Si consideri che tra Nord America e India vi è una differenza nei consumi pro-capite di più di un ordine di grandezza e che oltre un miliardo di persone nel mondo non dispone ancora di energia elettrica.
La domanda di combustibili fossili è destinata pertanto a rimanere consistente ed in particolare quella del petrolio, che al momento pare difficilmente sostituibile per il settore dei trasporti. Questo settore sta subendo infatti uno sviluppo imponente, con un previsto raddoppio del parco di veicoli circolanti entro il 2020 e difficilmente in tale breve lasso di tempo i carburanti potranno essere molto diversi dai derivati del petrolio. Di qui un ulteriore grave pericolo per l’ambiente anche perché le emissioni sono mobili e polverizzate. È una minaccia incombente e un esempio concreto della necessità del ricorso a tecnologie ad altissima efficienza di materiali ed energia, che in prospettiva sarà necessario adottare per consentire a 6-8 miliardi di individui di crescere e prosperare nei prossimi decenni, senza compromettere la stabilità dell’ecosistema. Ma il trend dovrà essere ancora più estremo favorendo la tendenza già in atto alla dematerializzazione delle economie e arrivando a sistemi produttivi nei quali le imprese si aggreghino in una struttura a rete tale da consentire che gli scarti e le emissioni di un’industria fungano da materia prima per un’altra e così via, fino a chiudere il circolo e conseguire progressivamente la cosiddetta produttività totale dei materiali. È un obiettivo che richiede di ripensare in modo sistemico tutta l’attività industriale con vantaggi per l’ambiente e per la gestione stessa delle imprese che trovano in una maggiore efficienza e competitività margini di profitto e le ragioni per investire ed evolvere.

Non è certamente uno scenario a portata di mano, anche se l’esigenza della salvaguardia ambientale ha assunto valore prioritario e condiziona in misura crescente le attività umane, modificando progressivamente il modello di sviluppo per assicurarne la sostenibilità. Con tale obiettivo, l’Unione europea si è da tempo indirizzata verso una seria politica ambientale, che considera sempre più una via obbligata, avendo compreso che gli interessi collettivi e delle singole parti sociali si conseguono sfruttando le opportunità che questo passaggio comporta. Lo strumento attuativo di questo processo di cambiamento è, in ultima analisi, la normativa consensuale, delegata a codificare via via i nuovi comportamenti di produzione e di consumo.
Ciò è possibile in quanto le norme poggiano la loro applicazione su una fitta rete di codificazioni tecniche volontarie di criteri di valutazione, metodi di misura e procedure di prova, che le categorie interessate hanno saputo elaborare consensualmente, potendo dimostrare in modo trasparente il livello di qualità raggiunto in termini di prestazioni dei prodotti, processi e servizi, di garanzia di sicurezza, di tutela dell’ambiente, di efficienza energetica e di utilizzo delle materia prime. È questo il fattore strategico su cui anche l’Italia deve puntare, valorizzando maggiormente l’attività e l’impegno degli enti di normazione nazionali.


 
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