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Come far bene i conti sul decommissioning delle centrali nucleari Stampa E-mail

di Nino Di Franco - ENEA


La recente presa di posizione del governo sull’opportunità di un ritorno all’opzione nucleare ha riacceso il dibattito sulle politiche energetiche nazionali, e particolare enfasi è stata conferita agli aspetti economicofinanziari dell’operazione. Il parametro unificatore nel dibattito energetico si riassume a conti fatti nel costo di produzione del kWh elettrico: più basso è tale costo, maggiormente competitiva si dimostra la fonte energetica coinvolta e la relativa tecnologia di conversione. Per esempio, il costo da produzione termoelettrica a partire da prodotti petroliferi è di circa 6-7 centesimi di euro per kWh, mentre sempre il kWh termoelettrico ma da carbone costa 4 centesimi di euro. Un ciclo combinato a gas produce kWh al costo di 5 centesimi l’uno; un impianto fotovoltaico a 40-50 centesimi di euro, eccetera (dati tratti da Enel - Qual è il costo di produzione del kWh nucleare? – e da uno studio Aper - Studio sui costi di generazione di energia elettrica da fonti rinnovabili).

Sul costo del kWh da produzione nucleare i pareri sono molto discordi. Statistiche internazionali riportano un dato di 2,5 centesimi di dollaro per kWh, mentre uno studio OCSE riporta un range di 3,1-5,4 centesimi di dollaro/kWh; il MIT valuta il costo del kWh nucleare a 6,7 centesimi di dollaro.
I fautori del nucleare rivendicano i costi più bassi, i quali rendono l’opzione nucleare competitiva (alcuni di costoro affermano la più competitiva) e quindi strategica. I contrari al nucleare assumono viceversa i costi più elevati, sia per un approccio ritenuto più realistico (per esempio, tenendo in conto il veloce esaurimento delle risorse fissili agli attuali ritmi di consumo, che renderebbe disponibile uranio solo per circa altri 50 anni), sia per tener in conto esternalità, di natura prevalentemente ambientale-sanitaria, che il valore di 2,5 centesimi non incorporerebbe in misura corretta. Uno dei grandi atout, portati nel dibattito dal movimento antinuclearista, consiste nella valutazione della fase di decommissioning, ossia la fase di messa in sicurezza della centrale nucleare una volta giunta a fine vita.
“Poiché il costo di smantellamento di una centrale è dello stesso ordine di grandezza del costo di costruzione della stessa – viene sostenuto – in realtà i costi di investimento dovrebbero essere raddoppiati, e questo aumenterebbe di molto il costo del kWh da nucleare, diminuendone così la vantata competitività”.

Il ragionamento è apparentemente irreprensibile (corrisponde al vero il fatto che il costo di decommissioning di una centrale nucleare è dello stesso ordine di grandezza della sua realizzazione), ma in realtà contiene un difetto concettuale che ne mina irrimediabilmente l’efficacia. Una breve esemplificazione potrebbe rivelarsi chiarificatrice.
Per un’installazione nucleare, prima dello smantellamento finale e la cessazione definitiva delle attività per sopravvenuta usura e contaminazione degli impianti, può ipotizzarsi una vita utile di 40 anni. Il progetto comporta un investimento di 5 miliardi di euro al momento zero, comprensivo di progettazione, acquisizione degli impianti, costruzione e altre voci accessorie. Si preveda inoltre un successivo reinvestimento al quarantesimo anno per finanziare il decommissioning.

Un ragionamento semplicistico porterebbe a considerare dunque un costo complessivo di investimento pari a 5 + 5 = 10 miliardi di euro, in conseguenza del quale il complessivo conto economico potrebbe risultare gravemente compromesso. Tuttavia, un assioma dell’economia stabilisce che il denaro ha un valore dipendente dal momento temporale in cui esso si rende disponibile: ricchezza disponibile nel presente viene ritenuta di maggior pregio che non una ugual – numericamente – ricchezza disponibile nel futuro: 1.000 euro attuali valgono di più di 1.000 euro, poniamo, tra cinque anni.
Il differenziale tra le due grandezze è costituito dall’interesse da pagare per aver disponibile la quantità di capitale, interesse da doversi corrispondere indipendentemente da qualunque dinamica inflazionistica: chi si priva di un capitale a favore di un terzo pretende un premio da quest’ultimo, così come chi necessiti di capitale è disposto a pagare per averne la disponibilità immediata. L’entità dei premi specifici, ossia dell’interesse annuo, viene liberamente stabilita sul mercato dei capitali. Cosa comporta l’assioma del valore temporale del denaro? Che come un capitale, lasciato a disposizione di un terzo disposto a riconoscere un interesse, aumenta di valore nel tempo – il montante – così l’anticipo al presente di un capitale futuro comporta una sua decurtazione. Per esempio, per un costo del capitale pattuito del 4 per cento, 1.000 euro odierni equivalgono a 1.216 euro tra cinque anni. E, analogamente, 1.000 euro tra cinque anni equivalgono a 822 euro attuali.
I fattori con cui capitalizzare denaro dal presente al futuro, o tramite cui denaro dal futuro al presente, dipendono dal numero di anni coinvolti secondo una relazione esponenziale.

Se i è l’interesse ed n il numero di anni, si capitalizza un capitale KO moltiplicandolo per (1+i)n,
e si attualizza un capitale Kn moltiplicandolo per (1+i)-n

Per apprezzare l’incidenza attuale del costo di decommissioning bisogna allora dapprima ricostruire il valore che, tra 40 anni, verrà presumibilmente pagato per effettuare l’operazione. Se il decommissioning fosse effettuato al momento attuale, costerebbe 5 miliardi di euro; tra un anno, valutata l’inflazione al 2 per cento, costerebbe 5,1 miliardi; 6,10 tra dieci anni; 7,43 tra venti anni, 9,06 tra trenta anni; 11,04 tra quaranta anni. Maggiore il numero di anni su cui si effettua la proiezione, maggiore è il valore del montante. Dunque, ipotizzando che il costo del decommissioning vada come l’inflazione stimata (supposta rimanere oscillante intorno al 2 per cento nel corso dei prossimi 40 anni), tra quaranta anni il costo del decommissioning da sostenere fisicamente sarebbe di circa 11,04 miliardi di euro (se si ritenesse troppo ottimistica la valutazione media dell’inflazione al 2 per cento si può ipotizzare un altro valore, per esempio il 3 per cento. In corrispondenza si avrebbe un costo di smantellamento di 16,31 miliardi di euro).

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PRAGMATICA DELL'ANALISI COSTI-BENEFICI

In genere la committenza di un progetto resta indifferente agli aspetti tecnici, concentrando viceversa la più interessata considerazione su domande quali: quanto costa, e quanto rende?
Il progettista viene quindi invitato a rendere conto
di tassi di interesse, di redditività, di tempi di ritorno, di soldi; ambito vissuto spesso con estraneità, come un’intrusione di puro materialismo nel cristallino e logico percorso progettuale.
Nella realtà
vera, tuttavia, lo scopo peculiare di un apparato è la resa di un servizio che valga più del costo dell’apparato stesso. Se questo assunto non venisse rispettato, la gestione dell’apparato produrrebbe infatti, al termine della sua vita utile,
un impoverimento del committente, di cui il progettista non potrebbe non essere ritenuto responsabile.
Una strategia di risposta adeguata, che conforti
il cliente sui suoi timori di riuscita economica del progetto una volta realizzato, non può essere improvvisata: la ragioneria è in grado di valutare
una redditività a posteriori, mentre il cliente vuole sapere se l’affare è conveniente prima di impegnare il proprio capitale.
L’analisi costi-benefici consente di poter sciogliere la riserva, e di calcolare univocamente la redditività di un progetto, per poter sapere a priori se l’apparato vale quello che renderà. Essa costituisce la base comune sulla quale progettista e committente possono intendersi, sulla scorta di assunzioni condivise e di risultati logicamente consequenziali.
Il testo
Pragmatica dell’analisi costi-benefici chiarisce in maniera decisiva gli aspetti più critici e nebulosi della valutazione economica di un investimento tramite un approccio decisamente applicativo. Vengono presentati diversi studi paradigmatici in campo energetico, con i quali viene proposto un percorso meno insidioso nei meandri dell’economia, che possa supportare l’operato
dei progettisti acuendone la consapevolezza operativa e sollecitandone al contempo la curiosità
e la creatività
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Occorre adesso attualizzare il valore appena determinato, effettuando l’operazione con un tasso pari al costo del denaro per l’investitore. Se la disponibilità di denaro per costui costerà circa il 6 per cento medio, 11,04 miliardi di euro fra quarant’anni diventerebbero 1,07 miliardi di euro attuali, circa il 20 per cento dell’attuale costo di smantellamento (se il tasso di inflazione fosse stimato del 3 per cento, si otterrebbero 1,59 miliardi attuali, cioè il 32 per cento dell’attuale costo di smantellamento). Come può avvenire una simile dinamica? Come può, un costo attuale di smantellamento di 5 miliardi, essere uguale ad un costo – anche lui – attuale di circa 1 miliardo? Semplicemente grazie al fenomeno dell’attualizzazione: se per l’investitore il costo opportunità del capitale è del 6 per cento, egli depositerà 1 miliardo oggi, e fra quarant’anni questo sarà montato proprio a quegli 11 miliardi da sostenere per smantellare la centrale.

Ovviamente, il “grimaldello” concettuale consiste nella diversità numerica tra il tasso di capitalizzazione (il 2 per cento), inferiore al tasso di attualizzazione (il 6 per cento): si dovrebbe sempre verificare nella pratica che il deprezzamento stimato del denaro, dato dall’inflazione media, dovrebbe essere inferiore al costo opportunità del capitale medesimo per l’investitore. Nella valutazione preventiva di simili infrastrutture, di così rilevante impatto economico, gli analisti si servono ovviamente non di semplici relazioni lineari, ma di complessi strumenti software generatori di scenari, o del metodo Montecarlo, in grado di fornire una distribuzione di probabilità della redditività in funzione di tutte le possibili oscillazioni nel tempo di tutti i parametri contenuti nell’analisi economica. Resta il fatto che, seppur con una certa variabilità e una dose ineliminabile di rischio, il costo attualizzato di smantellamento è sempre molto ridotto rispetto al costo di costruzione, grazie al lungo intervallo temporale che separa i due eventi: tale aspetto dovrebbe dunque essere incorporato nel pubblico dibattito con questo necessario ridimensionamento. Ovviamente, la conclusione cui si è giunti non è peculiare della sola filiera nucleare.

Qualunque progetto energetico o infrastrutturale che comporti un ripristino dell’area dell’insediamento a fine attività, o lo smantellamento di grosse apparecchiature, deve tener in conto i relativi costi. Ma questi, come visto nel caso di progetti di lunga durata, hanno una ridotta incidenza economica aggiuntiva a causa del processo di attualizzazione. Di particolare interesse è il caso degli impianti eolici e fotovoltaici, i cui costi di decommissioning sono tutt’altro che trascurabili. Ma poiché, come visto, simili costi andranno sostenuti almeno dopo vent’anni dall’installazione, la relativa incidenza attuale pesa in maniera senz’altro sostenibile sul complessivo conto economico.

 
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