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Produzione in Italia di petrolio e gas: potenzialità e prospettiva Stampa E-mail
di Andrea Ketoff, direttore generale Assomineraria

Con i suoi 223 miliardi di metri cubi di gas naturale e 100 milioni di tonnellate di petrolio, l’Italia è il quarto Paese europeo in quanto a riserve accertate di idrocarburi nel sottosuolo. Se a questi si aggiungono le stime degli esperti sui potenziali ritrovamenti - oltre 170 miliardi di m3 di gas e circa 120 Mt di petrolio - l’efficace valorizzazione delle risorse del Paese potrebbe coprire tutta la domanda di gas naturale delle famiglie per i prossimi 25 anni, oltre ad un buon 25% della domanda di benzina e diesel per auto, camion e bus nello stesso periodo. Se poi ci si aggiunge l’effetto dell’innovazione tecnologica sul potenziale di sfruttamento dei giacimenti ed una sana politica di incentivazione dell’efficienza energetica negli usi finali, il periodo di copertura di questi fabbisogni potrebbe essere significativamente allungato. Guardando agli anni recenti, il contributo della produzione di petrolio e gas nel nostro Paese non si limita alla copertura dei fabbisogni, ma comporta tra i 700 e i 1.000 milioni di euro l’anno di investimenti da parte di compagnie petrolifere italiane e straniere. E attraverso questi, si produce lavoro per centinaia di aziende - intorno ai 20mila addetti tra diretti e indiretti, per la maggior parte altamente qualificati -si genera un’entrata nelle casse di Stato, Regioni e Comuni, a parte le imposte, tra 170 e 200 milioni di euro l’anno per royalties e canoni, e si contribuisce per circa 3 miliardi di Euro alla riduzione della bilancia dei pagamenti.
Seppur nei suoi limiti, la realizzazione di questo potenziale risponde alle preoccupazioni a livello comunitario in materia di sicurezza degli approvvigionamenti. Mantenendo il livello attuale di produzione di idrocarburi, l’Italia può non solo permettersi di fare scelte maggiormente ponderate rispetto alla diversificazione - fortemente raccomandata da Bruxelles - delle fonti di energia e dei canali di importazione, ma anche affrontare con competenze e tecnologie proprie la transizione verso quell’economia dell’idrogeno di cui si prospetta da più parti l’avvio entro i prossimi trent’anni. Queste le potenzialità, mentre le prospettive sono purtroppo molto diverse, e ciò per almeno tre ragioni. Prima di tutto l’Italia è un Paese che ha già prodotto gran parte delle sue risorse minerarie più accessibili. Lo sfruttamento del gas naturale a partire dagli anni Cinquanta, dopo le prime importanti scoperte nella Pianura Padana, ha infatti favorito, con largo anticipo sul resto d’Europa, la costruzione di una fitta rete di distribuzione e la forte crescita della domanda di metano.
Questa è stata alimentata - sia prima che dopo l’entrata in scena del gas algerino e di quello russo - dalla messa in produzione di nuovi giacimenti, scoperti grazie ad una intensa attività di esplorazione. In termini di ricerca petrolifera, l’Italia è quindi considerata, al pari di Stati Uniti e Mare del Nord, un Paese “maturo” dove aumentano le difficoltà di natura mineraria e quindi i rischi per le compagnie petrolifere che devono affrontare i cospicui investimenti necessari per esplorare e mettere in produzione un nuovo giacimento. In questa prospettiva, alcune nazioni come la Gran Bretagna hanno configurato un sistema di incentivi che premia i nuovi investimenti, in particolare in progetti esplorativi cosiddetti “di frontiera”.

Un secondo fattore che condiziona lo scenario della produzione di gas e petrolio è la forte valenza, a volte al limite dell’esasperazione, che viene attribuita alle questioni di carattere ambientale, soprattutto a livello locale. D’un lato, negli ultimi decenni le compagnie petrolifere hanno acquisito elevate competenze in materia ambientale, rendendo l’impatto dell’attività upstream sempre più insignificante, anche attraverso l’uso di tecnologie innovative che riducono sia gli spazi occupati sia i tempi di permanenza sul territorio. Il lavoro avviato ormai da cinque anni tra gli operatori upstream e il ministero dell’Ambiente testimonia della possibilità di stabilire un rapporto di collaborazione costruttiva tra le controparti, mirato al perseguimento di obiettivi comuni in materia di tutela ambientale. Dall’altro, con le amministrazioni locali che assumono un ruolo crescente nei processi autorizzativi, le questioni di carattere ambientale sono spesso diventate una facile carta da giocare per condizionare le scelte di grandi imprese multinazionali o anche solo per assumere maggiore peso politico a livello locale. La conseguenza è l’apertura di interminabili negoziazioni che si dilungano per mesi e, non essendone per nulla certo l’esito, privano di valore sostanziale il titolo minerario già acquisito dall’operatore.

Il terzo elemento, per molti aspetti determinante, è l’incertezza del quadro normativo. La suddivisione delle competenze per ottenere un titolo minerario a terra (sia esso permesso di ricerca o concessione di coltivazione) ha partorito un iter autorizzativo complesso e farraginoso che prevede 14 diverse fasi, con la pratica che passa tra Governo e Regione, e viceversa, almeno quattro volte. Oltre ad aumentare gli step, il nuovo iter comporta una moltiplicazione degli interlocutori e, come se non bastasse, una moltiplicazione delle procedure, in quanto non esiste alcun obbligo di conformità tra le diverse regioni. A parte l’assurdo kafkiano, le compagnie petrolifere, abituate a procedure ad hoc nei tanti Paesi dove operano, tendono ad adeguarsi diligentemente. Il problema sorge piuttosto quando si esaminano i tempi che queste procedure comportano: da un’analisi di Assomineraria, l’associazione di categoria, risulta che i tempi autorizzativi per il completamento della fase esplorativa sono, in media, di 36 mesi contro una media mondiale di 24 mesi. Per quanto riguarda la fase di coltivazione - ovvero quella che va dalla scoperta al “first oil” - se la media mondiale è di 48 mesi, quella italiana tocca addirittura i 96 mesi! Una differenza che le compagnie quantificano in un aumento dei costi di produzione di circa il 20%. È evidente quindi che, malgrado i vantaggi di una produzione limitrofa ai centri di domanda, l’effetto combinato di questi tre fattori fa si che la valorizzazione del potenziale produttivo italiano sia non solo in declino, ma probabilmente instradato sulla via di un inesorabile abbandono.
Già dal 1999 si è ridotta progressivamente l’attività esplorativa e, parallelamente, il numero delle compagnie straniere operanti in Italia. Ma è dal 2002 che si va evidenziando un forte calo degli investimenti, previsti in declino almeno fino al 2005.
Dovendo rispondere ai propri azionisti, le compagnie petrolifere, sia italiane sia straniere, spostano le loro risorse finanziarie verso Paesi che garantiscono un ritorno certo ai loro investimenti. Sono Paesi che magari hanno forti rischi legati alla sicurezza, oppure dove il costo del barile estratto è più alto che da noi, ma tuttavia Paesi dove l’amministrazione pubblica si attiene alle sue responsabilità, ed eventuali ritardi rimangono nell’ambito dell’accettabilità.

Di questo passo, rischiamo di assistere nell’arco di pochi anni ad una rapida smobilitazione di tutto il comparto upstream esistente in Italia, compreso quel patrimonio di competenze e tecnologie che ha permesso al nostro Paese di giocare un ruolo significativo nel panorama petrolifero mondiale. La differenza tra lo scenario “tendenziale”, che vede l’abbandono dell’attività upstream, e quello “potenziale”, legato ad una valorizzazione efficiente delle risorse del sottosuolo, sta nella capacità di convincere gli operatori petroliferi ad invertire il trend dei loro investimenti. Non sarà affatto facile: le norme di semplificazione previste dal Decreto Marzano attualmente in discussione al Parlamento, se anche dovessero essere approvate, rischiano di essere tardive e di difficile applicazione, sopratutto se si considera il quadro ancora incerto della devolution delle competenze in materia di energia alle Regioni. Per attuare una scelta di politica energetica che attragga veramente una nuova tornata di investimenti è semmai necessario mettere in funzione un sistema molto autorevole di gestione e coordinamento delle responsabilità amministrative interessate dai progetti. Un tale organismo dovrebbe dimostrare nei fatti l’eliminazione dei fattori di incertezza e la riduzione dei tempi di immobilizzazione dei capitali. Il suo obiettivo dovrebbe essere non solo l’inversione di tendenza degli investimenti, ma anche lo sviluppo e l’applicazione di tecnologie avanzate per la ricerca profonda e per un incremento del recupero medio degli idrocarburi in giacimento (dagli attuali 20-40% al 60% delle riserve in posto, come raccomandato dal Libro Verde UE). Il problema dell’abbandono dell’attività upstream non risiede tanto nelle leggi ma nell’autorevolezza degli organismi di decisione, che sono tenuti ad assumere, senza sovrapposizione, la piena responsabilità delle scelte di loro competenza. In mancanza di una politica di chiarezza in questa direzione, il peso della copertura del fabbisogno ricadrà senza conseguenze particolarmente drammatiche sui flussi di importazioni, che già costituiscono l’ossatura del sistema energetico italiano. Ma si sarà perso in maniera definitiva quel bagaglio di know-how ad alto valore aggiunto che ancora fa dell’Italia una nazione tecnologicamente competitiva nel panorama energetico mondiale.





 
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