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Le prospettive dell'energia nucleare Stampa E-mail
di Antonietta Donia

Che cosa "orbita intorno all'accettabilità sociale? L'intervento di Piero Risoluti al convegno "L’energia nucleare in Europa: un problema aperto" ha, tra gli altri, il merito di aver introdotto nel dibattito il problema dell'accettabilità sociale dei sistemi di smaltimento dei rifiuti nucleari. Il concetto di accettabilità sociale degli impianti energetici deriva dalle definizioni di sostenibilità energetica enunciate nel 1987 dal Rapporto delle Nazioni Unite "Our Common Future" (detto anche Rapporto Brundtland). In accordo con i principi della sostenibilità, infatti, il sistema energetico accanto agli attributi tradizionali di accessibilità (fornire i servizi energetici a tutti) e di disponibilità (mantenere la continuità e la qualità dell'approvvigionamento di energia) deve possedere quello della accettabilità (considerare gli aspetti sociali ed ambientali dei processi di produzione). Si tratta di tre obiettivi correlati, nessuno dei quali può essere raggiunto senza prendere in considerazione gli altri due. Gli sviluppi dell'importanza degli aspetti di accettabilità sociale sono da mettere in relazione con il processo, avviato con la conferenza di Rio de Janeiro del 1992, di progressiva acquisizione da parte del pubblico di una diffusa coscienza ambientale, un processo che ha prodotto, tra l'altro, l'emergere di un ruolo attivo delle comunità locali nei problemi di gestione del territorio.

In gran parte dei Paesi industrializzati l'accettabilità sociale è ormai divenuta una barriera importante che di fatto ostacola lo sviluppo delle fonti energetiche, non solo di quelle tradizionali ma anche delle nuove rinnovabili (vento, sole, biomasse). Si noti, a tal proposito, quanto scriveva nel 2000 la CE nel Libro Verde "Green Paper toward a european strategy for the security of energy supply": “...è in un certo modo paradossale che all'inizio dello sviluppo del nucleare le popolazioni non abbiano potuto opporsi all'installazione di un reattore nucleare mentre oggi possono ostacolare lo sviluppo di impianti per le rinnovabili”. Occorre sottolineare la parola "all'inizio". È vero, infatti, che nella fase iniziale di sviluppo dei reattori commerciali non si registrarono forti opposizioni. A mio giudizio questo fatto era dovuto principalmente a due ordini di motivi: da un lato il pubblico aveva un ruolo marginale nelle decisioni che venivano prese in merito alla localizzazione degli impianti (imperava a quei tempi la strategia del DAD, Decidi, Annuncia e Difendi) e la maggior parte della popolazione, non riuscendo a comprendere il significato tecnico e scientifico delle tecnologie, si affidava fideisticamente al parere degli esperti; dall'altro le comunità locali confidavano che i governi (che controllavano e/o gestivano direttamente gli impianti) fossero in grado di prevenire ogni possibile incidente e nel contempo di risolvere i problemi che già a quel tempo emergevano (ad esempio lo smaltimento delle scorie).

Da questo punto di vista, l'avocazione da parte dello Stato della tematica nucleare generava spesso la sensazione che il nucleare fosse (WEC) "un'industria segreta che fornisce limitate e polarizzate informazioni e che non è controllata democraticamente". Il momento di rottura fu rappresentato dai due incidenti di Three Mile Island e Chernobil che mostrarono la fragilità di un sistema che si era creduto inattaccabile. Da quegli episodi scaturì un clima di sfiducia nella tecnologia che produsse, nei Paesi in cui il nucleare non fu cancellato o sospeso, la nascita di gruppi di opposizione fortemente motivati. Si noti che nei siti di localizzazione delle centrali nucleari generalmente il livello di accettazione della tecnologia è molto basso per quelli che vengono definiti "i rischi ingiustamente condivisi" (i benefici delle produzione di beni o servizi riguardano la popolazione di una regione o di uno Stato laddove gli effetti negativi ricadono esclusivamente sui residenti).

È d'altro canto ampiamente riconosciuto che l'opposizione pubblica al nucleare si basa su una irrazionale risposta ai rischi (reali o immaginati). Tutti gli sforzi che sono stati fatti per superare, attraverso la comunicazione, tale reazione emotiva sono cozzati contro quella che il fisico Jeremy Whitlock definisce "Dread Syndrom" e cioè una profonda e quasi viscerale paura che genera una immediata risposta negativa indipendente dagli stimoli esterni. Questa inconscia forma di rifiuto ha sviluppato nel pubblico un'istintiva diffidenza che rapidamente amplifica ogni incidente nucleare a proporzioni spettacolari. L'irrazionalità delle motivazioni che sono alla base dell'opposizione popolare rende del tutto vane le azioni informative ed educative: è inutile, ad esempio, esporre argomentazioni di carattere scientifico sugli effetti delle radiazioni sulla salute umana. Una strategia comunicativa efficace in queste situazioni potrebbe essere viceversa quella di spostare l'attenzione del pubblico su di una tematica esterna, ma correlata, ad esempio gli interventi per combattere il fenomeno del riscaldamento globale, un tema su cui vi è una crescente sensibilizzazione e che è oggi sulle prime pagine di tutti i grandi mezzi di comunicazione.

Non vi è dubbio a tal proposito che il nucleare rappresenta allo stato una delle strategie più efficaci per combattere l'effetto serra. Ad esempio, in Europa il 35% dell'energia elettrica è generata da centrali nucleari; una centrale nucleare da 1000 MWe può evitare l'immissione di 7 milioni di tonnellate di CO2 per anno confrontate con una analoga centrale a carbone. Queste argomentazioni (una centrale nucleare contro il disastro ambientale del XXI secolo) possono aiutare a far vedere sotto una luce diversa la realizzazione di un impianto nucleare. In conclusione, una considerazione. Questi discorsi sull'accettabilità sociale del nucleare hanno valenza generale, valgono per molti Paesi europei (Francia, Spagna, Belgio etc) ed extraeuropei, ma non hanno nessun valore per l'Italia dove il nucleare è morto e difficilmente risorgerà dalle sue ceneri.



 
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