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Filippini: "Crisi? Un' opportunità per voltare pagina" Stampa E-mail

di Davide Canevari


Rosa Filippini - presidente Amici della TerraLa crisi che stiamo vivendo a livello planetario rappresenta più un rischio o un’opportunità per il futuro dell’ambiente? Potrà favorire una ristrutturazione di molti settori dell’economia, guidata da principi low carbon o, invece, prevarrà l’idea della delocalizzazione in aree del Pianeta meno attente a questi aspetti?
Rosa Filippini, presidente degli Amici della Terra, affronta il tema con un moderato ottimismo. “Dall’analisi storica emerge un fatto incoraggiante: i più significativi passi in avanti in tema ambientale sono sempre avvenuti in concomitanza di una crisi che ha spinto a cambiamenti strutturali. Anche una recessione pesante, come quella che stiamo vivendo, può portare dei risultati concreti. Alcune avvisaglie già ci sono state, a partire dalle spinte all’innovazione tecnologica annunciate dal nuovo presidente degli Stati Uniti in tema di trasporti. Anche in Europa ci sono tutti i presupposti per un salto decisivo verso un’economia più sostenibile.
Quello che manca, tuttavia, è un approccio integrato fra i provvedimenti ambientali e quelli in materia di energia ed economia: dopo mesi e mesi di discussioni sul tema del 20-20-20, quest’ultimo è sparito dal dibattito quando si è trattato di affrontare la crisi economica, come se si trattasse di due universi a sé stanti: un comportamento incomprensibile..."
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Più nel dettaglio...
Pensiamo, ad esempio, alla questione degli aiuti a favore del comparto auto. Ogni Paese sta decidendo per sè senza alcun coordinamento, né criterio comune. La Germania, ad esempio, ha annunciato una serie di incentivi senza alcun riferimento ai limiti di emissione dell’anidride carbonica. L’UE ha appena varato un regolamento per arrivare, entro il 2012, alla media dei 130 grammi di CO2 per chilometro, e perdiamo questa occasione finanziando, magari, anche auto che superano i 180 grammi per chilometro? È davvero poco logico. C’è una crisi del comparto automobilistico, ma ci sono anche – più in generale – una crisi energetica, una ambientale, una economica. Non sarebbe stato meglio affrontarle nel loro insieme?

E come?
Incentivando i prodotti a basso consumo energetico si stimola la domanda senza premere troppo sulle tasche dei consumatori. Nel settore auto, incentivando solo le auto a basse emissioni si stimola l’acquisto di veicoli dai prezzi più contenuti e con consumi di carburante ridotti, dunque con una minore spesa complessiva per i consumatori. Al di là dei vantaggi ambientali, ciò si traduce in una maggiore capacità di spesa delle singole famiglie in altri ambiti, con la possibilità quindi di assicurare una boccata d’ossigeno per l’economia nel suo complesso.

Non sarebbe quindi solo una scelta ambientale, ma più in generale di buon senso...
Per una volta che le ragioni ambientali vanno di pieno accordo con il portafoglio e, nello specifico nazionale, anche con gli interessi dell’industria (che tradizionalmente si concentra su auto a basso consumo), è davvero incredibile che il Governo abbia rinunciato ad affrontare la questione e a richiamare alla coerenza i partner europei.

Come è cambiato il panorama dell’associazionismo ambientalista in Italia?
I risultati dell’ultima tornata elettorale hanno rappresentato una doccia fredda – credo – salutare per un movimento ambientalista che, nella sua maggioranza e nelle scelte concrete, non si è mai differenziato dal Partito Verde, un partito ormai percepito dall’elettorato come il partito del no a tutto. Sono convinta, ad esempio, che l’elettorato abbia voluto punire chi, di fronte al disastro dei rifiuti in Campania, continuava ad opporsi a qualsiasi impianto di smaltimento. Il brusco risveglio ha fatto capire che anche gli ambientalisti devono misurarsi con scelte difficili e non possono limitarsi a porre veti o a indicare obiettivi ideologici o velleitari che, infine, si rivelano dannosi per l’ambiente e per i cittadini. In Italia, l’ambientalismo ha oltre 30 anni di vita. É il tempo di uno stadio adulto, di scelte responsabili.

Si può dire, a questo punto, che nel confronto tra ideologia e pragmatismo alla fine chi ci ha perso è stato proprio l’ambiente?
Probabilmente sì. Proprio sul tema dei rifiuti, devo ricordare che gli Amici della Terra hanno cominciato a distinguersi con decisione da ogni posizione demagogica fin dal 1988. Allora, i

ANCHE UNA RECESSIONE PESANTE
COME QUELLA CHE
STIAMO VIVENDO, PUÒ PORTARE
DEI RISULTATI CONCRETI.
ALCUNE AVVISAGLIE
GIÀ CI SONO STATE...

Verdi non volevano che le “navi dei veleni” (chi le ricorda?) tornassero in Italia, da dove erano partite. Più tardi nel 1995, durante la crisi dei rifiuti a Milano, ci pronunciammo a favore del ricorso agli inceneritori insieme alle politiche di riduzione e riciclo e, infine, fin dal 1997, abbiamo denunciato le cause delle ricorrenti crisi campane e contestato, da soli, l’invio (costoso e ipocrita) dei rifiuti campani in Germania. Per queste nostre scelte abbiamo pagato un prezzo elevato, quello dell’isolamento. Isolamento dagli altri ambientalisti che ci consideravano poco meno che traditori, ma anche dai giornali che ci consideravano eretici rispetto alle politiche ambientaliste prevalenti. Infine, politici, imprese e istituzioni, in nome del cosiddetto “pragmatismo”, preferivano mediare col movimento degli oppositori ad oltranza, – come a dire: mettiamoci d’accordo e non facciamola troppo lunga – piuttosto che ragionare su strategie responsabili e di lungo periodo. Ora, però, i fatti sembrano darci ragione.

Come si può fronteggiare, a suo parere, la sindrome Nimby? A volte si ha l’impressione che le pur legittime istanze di un piccolo gruppo locale possano fermare progetti di interesse (per lo meno) nazionale.
Se esaminiamo la storia recente, ci rendiamo conto che nessun progetto è mai stato fermato solo da “cento persone che sono scese in strada” ma dal rilievo che, di volta in volta, si è scelto di dare alle loro proteste. La sindrome Nimby funziona spesso da alibi per coprire un coacervo di interessi e di disfunzioni molto ampio e non sempre trasparente. Poi ci sono i problemi di inefficienza delle amministrazioni pubbliche, non solo locali, il disinteresse a valutare correttamente i progetti tecnici e ad effettuare controlli efficaci. Ma occorre anche dire che, spesso, i progetti vengono decisi a prescindere dal loro interesse strategico, senza considerare minimamente l’analisi costi/benefici e trascurando del tutto gli eventuali impatti ambientali. Se l’autorità politica ignora o sottovaluta l’importanza degli aspetti ambientali e non sa giustificare l’interesse collettivo alla realizzazione di un’opera, non c’è da meravigliarsi se non è in grado di difendere e di realizzare le proprie scelte.

A questo punto, come vede il futuro dell’associazionismo ambientalista in Italia?
C’è un gran bisogno di cultura ambientale nel Paese e di associazioni che la diffondano. Ma occorre svincolarsi dai pregiudizi e dagli approcci dogmatici. Uno slogan lanciato dagli Amici della Terra vent’anni fa affermava che “ecologia è buongoverno”. Intendiamo riprenderlo con rinnovata convinzione e un intenso programma di attività.

Un obiettivo piuttosto ambizioso...
Occorre che la politica smetta di considerare la tutela dell’ambiente come un ambito riservato agli specialisti o ai visionari e che l’accetti come uno dei fattori ineludibili di progresso e di civiltà. In quanto tale, al pari dei problemi economici e sociali e dei diritti civili, l’ambiente è terreno di scelte, di scontro, di dibattito. Ancora oggi non è così. Nella classe politica prevale una diffusa ignoranza, sia a destra sia a sinistra. È curioso: tutti sono d’accordo sul fatto che un politico non possa essere digiuno di questioni economiche e che debba manifestare pubblicamente le proprie convinzioni, ma se si parla di ambiente non si va mai più in là di affermazioni genericamente buoniste. Più in generale, rileviamo con rammarico che manca una qualsiasi forma di responsabilità ambientale. Gli impegni presi pubblicamente o addirittura approvati per legge sono spesso apertamente disattesi, senza che ciò provochi alcuna conseguenza o scandalo.

A parte la sua critica bipartisan, resta il fatto che in Italia il dibattito sull’ambiente è stato, per così dire, monopolizzato dai partiti di centro-sinistra.Perché a suo parere non si è mai radicata una cultura ambientalista nell’area del centro-destra?
Senza dubbio la sinistra è più sensibile alle novità culturali e, paradossalmente, l’ambiente viene ancora percepito come tale. Voglio partire, però, da una considerazione più generale sulla società italiana che soffre di un provincialismo insopportabile. Ci sono settori – anche rilevanti – nei quali il nostro Paese riveste un ruolo di eccellenza, anche sotto il profilo ambientale. Per restare al campo dell’energia, penso, ad esempio, al rendimento

LA SINDROME NIMBY
FUNZIONA SPESSO DA ALIBI
PER COPRIRE UN COARCEVO
DI INTERESSI E DI DISFUNZIONI
MOLTO AMPIO E NON SEMPRE
TRASPARENTE

delle centrali termoelettriche. Oppure all’efficienza del parco veicoli circolante, al ridotto consumo di elettricità pro capite. Ciò non si è determinato solo per reazione alle crisi ma anche per effetto delle nostre tradizioni e peculiarità culturali. L’attitudine tutta italiana a privilegiare la qualità piuttosto che la quantità dei beni si riflette positivamente nei nostri stili di consumo e di produzione. Il problema è che ne siamo del tutto inconsapevoli. L’immagine che noi stessi diffondiamo è quella di un Paese arretrato che è sempre in coda alle classifiche, sempre l’ultimo della classe, che non può che copiare o accodarsi ad altri. Così, in sede europea o nei negoziati internazionali, la sinistra tende ad assumere un atteggiamento autopunitivo e la destra reagisce nel modo più banale, in difesa degli assetti economici esistenti, negando o sottovalutando i problemi ambientali. Nessuno ha ancora pensato a usare sistematicamente i nostri punti di forza, a investire su di essi per fornire risposte europee e globali, a rivendicare le nostre peculiarità per promuovere obiettivi validi internazionalmente.

Anche a livello internazionale esistono fratture forti tra i diversi gruppi ambientalisti (pensiamo, ad esempio, ai biofuel o all’eolico). Come se lo spiega?
Capisco che la cosa possa irritare e in parte confondere. Ma è inevitabile. Proprio perché le politiche ambientali non sono un dogma, ognuno ha il diritto di prendere posizione e il dovere di spiegarne le ragioni.

Quale sarebbe il mix energetico ideale per l’Italia?
Tutti gli esperti concordano sul fatto che l’energia del futuro sarà interamente rinnovabile e pulita. Noi pensiamo che occorra investire subito e in modo rilevante in ricerca e sviluppo, in particolare sul solare, sia fotovoltaico sia termodinamico, per superare le innegabili criticità che ancora oggi limitano questa fonte e per fare in modo che questo futuro non sia troppo lontano. Occorre capovolgere la prassi in cui il nucleare ha fatto la parte del leone, con risultati mediocri: un Paese intenzionato a investire in una strategia energetica di lungo periodo deve concentrare le proprie risorse. Serve una rivoluzione tecnologica del settore dei trasporti, ben più ambiziosa dell’attuale regolamento europeo sulla CO2 delle auto, perché il comparto della mobilità è quello con una crescita progressiva di emissioni e consumi. Inoltre, siamo coscienti che non è possibile rinunciare ai combustibili fossili dall’oggi al domani e in quest’ottica, da tempo, abbiamo deciso di sfidare il tabu ambientalista che riguarda il carbone. Pensiamo che il no al carbone risponda a una sorta di “egoismo energetico” che, a fronte di un problema globale, quello delle emissioni climalteranti, pretende che i Paesi ricchi riservino per sè le fonti più pulite, come il gas, indifferenti al fatto che i Paesi poveri e, soprattutto quelli emergenti, siano costretti a ricorrere al carbone servendosi delle tecnologie più inefficienti e inquinanti. Un Paese avanzato come il nostro può e deve aumentare in modo significativo la quota di carbone nella produzione elettrica ricorrendo alle tecnologie pulite e investendo nel sequestro della CO2. Contestualmente, un programma a supporto di tecnologie efficienti e pulite di uso del carbone nelle aree emergenti del Pianeta (possibilmente promosso dall’Unione europea) consentirebbe una riduzione di emissioni inquinanti e di CO2 a livello globale ben più significativa di ciò che si può ottenere diminuendo le nostre già scarse quote di utilizzo del carbone. Ma per affrontare i problemi del periodo di transizione e per rispondere positivamente agli impegni assunti sul clima, la strada maestra, per l’Italia e per l’Europa, è quella dell’efficienza energetica, intesa nel senso più ampio di innovazione del sistema produttivo.

PER RISPONDERE POSITIVAMENTE AGLI IMPEGNI ASSUNTI SUL CLIMA,
LA STRADA MAESTRA È QUELLA DELL'EFFICIENZA ENERGETICA,
INTESA NEL SENSO PIÙ AMPIO
DI INNOVAZIONE
DEL SISTEMA PRODUTTIVO

Ma non è già uno dei “pilastri” della 20-20-20?
No. In pochi si sono accorti che, nella direttiva 20-20-20, l’efficienza energetica compare solo nel titolo. Si tratta della carenza più grave del provvedimento: a questo obiettivo non solo è stato negato il carattere di vincolo per gli Stati membri, ma addirittura la Commissione ha omesso di includere nel pacchetto le misure necessarie a conseguirlo. Di conseguenza, il calcolo del potenziale di miglioramento dell’efficienza energetica non è entrato tra i criteri necessari a definire la ripartizione degli impegni fra i vari Paesi. Questo è stato un autogol soprattutto per l’Italia che poteva vantare buoni punti di partenza come abbiamo già visto. Ma, soprattutto, puntando con decisione ad obiettivi di efficienza, il risparmio di combustibile e la riduzione della bolletta energetica con l’estero sarebbero tali, al 2020, da compensare gli investimenti economici necessari per conseguire tutti gli obiettivi del pacchetto.

Sul nucleare nessuna apertura…
Buona o cattiva che sia stata la decisione di uscire dal nucleare, noi pensiamo che un pronunciamento popolare non possa essere ribaltato da un decreto legge. Dopo 50 anni, nel mondo, il nucleare non ha superato la quota del 6,5 per cento del fabbisogno energetico e, dunque, non può essere considerato un’alternativa alle fonti fossili. Con un impegno faticoso e costoso potremmo anche pensare di poter risolvere tutti i problemi di assetto per il nucleare nel nostro Paese. C’è però un elemento che non può venir meno nelle valutazioni: un incidente, pur improbabile ma che non può essere escluso a priori, comporterebbe la perdita di un’ampia porzione di territorio che l’Italia non può permettersi.

Non vede come una contraddizione, però, il fatto che l’Italia acquisti energia nucleare dall’estero?
Non più di quanto risulti contraddittorio il nucleare con il mercato libero dell’energia. Senza garanzia di Stato nessun privato è disponibile a investire nel nucleare. Non a caso la Francia è l’unico Paese dove persiste il monopolio dell’elettricità. Tuttavia, se gli impianti nucleari rappresentano un rischio per tutta l’Europa densamente abitata, non c’è ragione di moltiplicare questo rischio anche in casa nostra. Infine, in Italia e in tutto il mondo, non possiamo ignorare il rischio crescente di attacchi terroristici, né il problema della proliferazione nucleare che è posto in luce con chiarezza dalle vicende iraniane e non solo, rendendo evidente che il Trattato di non proliferazione non può più risultare efficace.

Non crede che un forte limite dell’Italia – in tema di rinnovabili – sia stato quello di chiederne solo la diffusione, senza prima sollecitare la creazione di un tessuto imprenditoriale? Per il nostro Sistema Paese ha davvero senso importare pannelli e aerogeneratori da Germania, Giappone, Danimarca e Spagna anziché petrolio dal Medioriente?

SE GLI IMPIANTI NUCLEARI RAPPRESENTANO UN RISCHIO
PER TUTTA L'EUROPA
DENSAMENTE ABITATA,
NON C'ÈRAGIONE DI MOLTIPLICARE
QUESTO RISCHIO
ANCHE IN CASA NOSTRA

Il nostro Paese ha bisogno di una politica industriale in tema di rinnovabili pienamente integrata con le esigenze di tutela ambientale e paesaggistica che contraddistinguono l’identità del nostro territorio. Penso in particolare agli impatti paesaggistici e territoriali dei parchi eolici previsti nei crinali più intatti e preziosi del nostro Paese, che vanno attentamente confrontati con il rendimento reale degli impianti e mitigati con strumenti legislativi condivisi a livello nazionale, che ora mancano, dando luogo a speculazioni e veri e propri abusi. Le specificità del nostro Paese non vanno negate, vanno al contrario valorizzate, cioè trasformate in un fattore di rafforzamento competitivo. Saper progettare impianti fotovoltaici integrati su immobili di pregio architettonico o su tetti storici dovrebbe essere una prerogativa tutta italiana, in linea con la nostra tradizione di qualità del design. Tornando alla sua domanda, il fatto che l’industria italiana delle rinnovabili sia in ritardo non deve costituire un freno all’incentivazione delle soluzioni più promettenti in termini di competitività, ma per una politica industriale sostenibile riteniamo che gli incentivi dovrebbero essere commisurati anche ai costi esterni delle varie opzioni tecnologiche, possibilmente in un’ottica di ciclo di vita. In molti settori delle rinnovabili l’industria italiana è ancora allo stadio nascente, della ricerca e sviluppo, e ci sono enormi spazi per la futura affermazione dell’imprenditorialità italiana. Lo sviluppo dell’industria delle rinnovabili parte a casa nostra, ma continua necessariamente all’estero, penso ai Paesi del Mediterraneo, dove la domanda può trovare più ampio dispiegamento, consentendo a chi produce di raggiungere le economie di scala necessarie per una piena competitività.

Adesso, però, deve accettare una provocazione. Nucleare no, eolico su larga scala nemmeno. A questo punto rischiate anche voi di essere iscritti al partito del no...
Noi siamo iscritti al partito del come. Quel che lamentiamo, è l’approssimazione nell’affrontare scelte che hanno a che fare con problemi ambientali oggettivi, misurabili e mitigabili con un’opportuna capacità di valutazione e progettazione. D’altra parte, se per il nucleare i problemi posti appaiono davvero difficili da risolvere, le soluzioni ai problemi delle rinnovabili sono a portata di mano. Basta volerlo.

 
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