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Sudan campo (petrolifero) di battaglia Stampa E-mail

di Salvatore Aprea


Dal 1997 il Sudan sta provando a uscire dalla povertà implementando riforme macroeconomiche, compresa la gestione del tasso di cambio, con l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale. Ciò nonostante, la produzione agricola impiega ancora l’80 per cento della forza lavoro, contribuendo per un terzo al Pil che, a parità di potere d’acquisto, nel 2007 è stato pari a soli 80,98 miliardi di dollari (tanto per fare un confronto, nello stesso anno il vicino Egitto ha raggiunto i 405,40 miliardi di dollari).

Il Paese, tuttavia, ha significative riserve di uranio, rame, diamanti, oro, ferro, mica, argento, talco, tungsteno, zinco, ma soprattutto è tra gli Stati africani più interessanti sotto il profilo petrolifero. Khartoum ha iniziato l’esportazione di greggio alla fine del 1999 e oggi la produzione petrolifera costituisce oltre il 25 per cento del Pil che nel biennio 2006- 2007, grazie al greggio, ha registrato una crescita annua superiore al 10 per cento [CIA – World Factbook].


IL TESORO DELLA NUBIA
La terra dell’antico “Regno della Nubia” dispone di riserve provate di greggio per 6,6 miliardi di barili [BP – Statistical review 2008], localizzate principalmente nel Sud, poiché a causa della guerra civile l’esplorazione petrolifera è stata limitata soprattutto alle regioni centrali e meridionali, ma si ritiene che ulteriori riserve siano presenti a Oriente nell’area del Mar Rosso, nel Nord Ovest del Paese e nel bacino del Nilo Azzurro. Il greggio estratto di migliore qualità, il “Nile”, è considerato ottimo, essendo – secondo l’International Crude Oil Market Handbook – sweet e light grazie al suo modesto contenuto di zolfo (0,045 per cento) e alla sua leggerezza (33 gradi API). Per quasi vent’anni il petrolio del Sud è rimasto “intoccabile” a causa della guerra civile, ma dal 1999 la produzione di greggio è cresciuta costantemente, dopo la costruzione da parte dei Cinesi di un oleodotto di 1.600 chilometri dal cuore del Paese a Port Sudan, sul Mar Rosso, dove il petrolio arriva per essere esportato. La produzione media di greggio nel 2007 è stata di 466.000 barili/giorno, ma all’inizio dello stesso anno Angelina Tany, ministro per le Miniere e l’energia, ha dichiarato, forse in maniera troppo ottimistica, che l’obiettivo è produrre 1 milione di barili/giorno entro 2-3 anni [SudanTribune].

Il Paese centrafricano suscita gli appetiti dei grandi consumatori di petrolio anche perché la sua produzione è destinata principalmente all’export. Nel 2007 il Sudan ha consumato quotidianamente 80.000 barili, esportandone circa 386.000, per lo più destinati ai mercati asiatici: Corea del Sud, Indonesia e India, ma soprattutto Cina (207.000) e Giappone (103.000).
Le raffinerie sudanesi, concentrate a Khartoum e Port Sudan, hanno una capacità ancora limitata, raggiungendo in totale, secondo l’Oil and Gas Journal, i 121.700 barili/giorno. L’impianto di Khartoum ha raddoppiato la capacità da 50.000 a 100.000 barili/giorno grazie ad un ampliamento realizzato dalla China National Petroleum Corporation (CNPC), proprietaria dell’impianto al 50 per cento con il governo sudanese.
La raffineria di Port Sudan ha attualmente una capacità di solo 21.700 barili/ giorno. Tuttavia, nel settembre 2005 la malaysiana Petronas si è aggiudicata un contratto per costruire a Port Sudan, in partnership alla pari con il ministero sudanese per le Miniere e l’energia, una nuova raffineria con una capacità di 100.000 barili/giorno entro il 2009.
Lo sviluppo dei giacimenti e degli impianti è dovuto fondamentalmente agli investimenti internazionali. La compagnia nazionale Sudan National Petroleum Corporation (Sudapet), a causa delle limitate risorse tecniche e finanziarie, è costretta a sviluppare joint venture con compagnie straniere. Buona parte del territorio nazionale è stata frazionata in blocchi dati in concessione a consorzi e società petrolifere di ogni latitudine, tra le quali spiccano le asiatiche CNPC, India’s Oil and Natural Gas Corporation (ONGC) e Petronas. Insieme alla Sudapet queste compagnie hanno costituito la Greater Nile Petroleum Operating Company (GNPOC) – CNPC 40 per cento e operatore, Petronas 30 per cento, ONGC 25 per cento e Sudapet 5 per cento – per lo sfruttamento dei campi Heglig e Unity, nei Blocchi 1, 2 e 4, con una produzione giornaliera di 260.000 barili e riserve recuperabili stimate in 600-1.200 milioni di barili.
L’area, a circa 700 chilometri a Sud Ovest di Khartoum, è lontana dal Mar Rosso, perciò la GNPOC, in consorzio con la canadese Arakis Energy, ha costruito un oleodotto con una capacità di 300.000 barili/giorno lungo 994 miglia, fino al terminale petrolifero di Suakin vicino Port Sudan.
Petronas (68,875 per cento e operatore), ONGC (23,125 per cento) e Sudapet (8 per cento) hanno anche costituito un consorzio – WNPOC – che nell’aprile del 2005 ha firmato con il governo locale un accordo per lo sviluppo dei campi Thar Jath e Mala nel Blocco 5A. Il greggio estratto quotidianamente dal giugno del 2006, pari a 38.000 barili con un potenziale produttivo stimato in 60.000 barili, raggiunge Port Sudan attraverso un oleodotto di 110 miglia.
Un altro consorzio tra CNPC (41 per cento), Petronas (40 per cento), Sudapet (8 per cento), Gulf Oil Petroleum (6 per cento) e Al-Thani Corporation (5 per cento) – Petrodar – ha avviato dal 2004 le attività per lo sfruttamento dei Blocchi 3 e 7, che contengono i giacimenti Adar Yale e Palogue, nella regione centroorientale del Paese, con riserve recuperabili valutate in 460 milioni di barili e un picco di produzione stimato in 200.000 barili/giorno. I due blocchi dal novembre 2005 sono collegati a Port Sudan grazie ad un oleodotto realizzato dalla CNPC con una capacità di 150.000 barili/giorno, ampliabile fino a 500.000 barili/giorno. La CNPC, inoltre, nel novembre 2004 ha reso operativo il campo di Fula nel Blocco 6, con una produzione potenziale di 80.000 barili/giorno, e lo ha collegato via pipeline alla raffineria di Khartoum.


LA CORSA AL PETROLIO SUDANESE
La CNPC è il più grande operatore straniero del Sudan e per lo sviluppo dei giacimenti petroliferi ha investito circa 5 miliardi di dollari, impiegando migliaia di lavoratori immigrati (I nostri lavoratori sono abituati a mangiare amarezzepossono lavorare per 13 o 14 ore al giorno per molto poco, ha dichiarato tempo addietro al Wall Street Journal il vicepresidente della China Petroleum Engineering & Construction Corporation, la società di costruzioni della CNPC). In linea con la politica di Pechino, che ha reso il Paese uno dei principali obiettivi delle proprie attività petrolifere nel Continente Nero, la compagnia orientale è presente in maniera rilevante in 8 dei blocchi con maggiori riserve. La Cina controlla al momento buona parte del settore petrolifero sudanese, in cui dal 1999 ha investito oltre 8 miliardi di dollari in 14 progetti per lo sviluppo in primis delle infrastrutture necessarie per l’estrazione e il trasporto del petrolio: pozzi, oleodotti, raffinerie, oltre a strade e strutture portuali.
Attraverso gli oleodotti costruiti dalla CNPC tra i suoi blocchi nel Sud del Paese e il terminale a Port Sudan, circa la metà dei 500.000 barili estratti quotidianamente in Sudan prende la via della Cina.

Khartoum così fornisce circa il 7 per cento del greggio cinese, diventando per Pechino il quarto fornitore petrolifero [Platts – Energy Economist, giugno 2008]. Per proteggere i propri interessi petroliferi, il Paese dei Mandarini da tempo ha inviato in Sudan migliaia di soldati. Il petrolio sudanese, infatti, fa gola a tanti, compresi alcuni “insospettabili”. Oltre alla Petronas e alla ONGC, tra i principali investitori ci sono compagnie di Paesi come la Francia (Total), l’Arabia Saudita (Al-Qahtani), gli Emirati Arabi Uniti (Al Thani), il Regno Unito (White Nile), ma sono presenti anche il Sud Africa (PetroSA), la Giordania (EDGO Group, attraverso la sua controllata Dindir Petroleum), il Pakistan (Zafir), la Svezia e la Svizzera (Lundin Petroleum), e lo Yemen (Ansan Wikfs). Le company statunitensi mancano all’appello a causa dell’embargo voluto nel 1997 dal presidente americano Bill Clinton verso un regime accusato di sostenere il terrorismo internazionale, ma sono a conoscenza dell’abbondanza di greggio nel Sudan sin dagli anni ‘70.


KHARTOUM ANNEGA NEL SUO ORO NERO
Si narra che nel 1979 l’ambasciatore all’Onu George H. W. Bush riferì personalmente di foto satellitari che indicavano la presenza di petrolio in Sudan al capo di Stato sudanese dell’epoca, Jafaar Nimeiry, che invitò la Chevron per lo sviluppo dei giacimenti. La Chevron, spendendo 1,2 miliardi di dollari, trovò nella regione meridionale grandi riserve di petrolio, ma fu oggetto di ripetuti attacchi e omicidi ad opera del Sudan People’s Liberation Army/Movement (SPLA/M) e sospese il progetto nel 1984, vendendo le proprie concessioni petrolifere nel 1992. Il petrolio, infatti, ebbe il pernicioso effetto di innescare nel 1983 tra il Nord e il Sud la Seconda Guerra Civile (la prima aveva afflitto il Paese dal 1955 al 1972) che fino al suo epilogo, nel 2005, ha provocato 2 milioni di morti e 4 milioni di profughi. Gli Usa sono stati accusati di avere, in seguito, parzialmente finanziato in segreto la SPLA/M nella guerra contro le forze governative per dividere il Sud dal Nord islamico con centro a Khartoum. La visita del segretario di Stato Colin Powell in Sudan, nel giugno 2004, e le pressioni degli Usa per la firma degli accordi di pace di Nairobi del 9 gennaio 2005 testimoniano dell’interesse statunitense nella vicenda. L’accordo assicura una significativa ripartizione del potere e degli utili petroliferi tra il governo nazionale e il nuovo, semi-autonomo Government of Southern Sudan (GOSS), guidato dalla SPLA/M, e garantisce al Sud un referendum per l’autodeterminazione nel 2011. Quasi certamente le popolazioni del Sud in quell’occasione voteranno per l’indipendenza e il Nord perderà i profitti del greggio del Sud, a parte le tariffe di transito per accedere al terminale sul Mar Rosso. Se Khartoum accetterà tutto ciò o avvierà una nuova guerra nel Sud, resta un’incognita. In ogni caso Washington ha inserito il Paese in uno schema ben più grande per il controllo delle risorse petrolifere dell’Africa Centrale, dal Mar Rosso al Golfo di Guinea. Il Pentagono si è impegnato ad addestrare negli Stati Uniti ufficiali africani, analogamente a quanto ha fatto per decenni con gli ufficiali latinoamericani. Il suo Programma Internazionale di Istruzione e Addestramento Militare (IMET) ha formato ufficiali di Camerun, Repubblica Centrafricana, Etiopia, Eritrea e Ciad. La recente scoperta di petrolio proprio in Ciad ha portato la Chevron, insieme alla ExxonMobil, a lavorare nuovamente nel cuore dell’Africa, non lontano dai confini sudanesi.

Un consorzio composto da ExxonMobil (40 per cento e operatore), Petronas (35 per cento) e Chevron (25 per cento) ha investito circa 3,5 miliardi di dollari più i finanziamenti della Banca Mondiale per rendere operativo dal 2003 un oleodotto da 225.000 barili/giorno tra Doba, nel Ciad centrale, e Kribi, in Camerun sull’Oceano Atlantico, che attualmente trasporta ogni giorno oltre 130.000 barili destinati alle raffinerie degli Stati Uniti. Per garantirsi il successo dell’operazione, gli americani hanno anche lavorato con Idriss Deby, il dittatore del Ciad, che ha prontamente cercato di sfruttare l’occasione. All’inizio del 2006, Deby e il Parlamento ciadiano hanno deciso di incrementare i redditi del petrolio per finanziare le operazioni militari, ma il Presidente della Banca mondiale dell’epoca, Paul Wolfowitz, si è adoperato per sospendere i prestiti al Paese. Nell’agosto dello stesso anno Deby ha creato una compagnia petrolifera ciadiana, la SHT, e minacciato di mettere alla porta la Petronas e la Chevron per non aver pagato le tasse dovute, richiedendo il 60 per cento di partecipazione dell’oleodotto del Ciad.
Alla fine le parti hanno raggiunto un accordo, ma il vento potrebbe cambiare. Deby, infatti, guarda anche alla Cina che, in questa situazione precaria, si è presentata in Ciad con un cassa piena di aiuti finanziari. Nell’agosto 2006, Pechino ha ospitato il ministro degli Esteri del Paese centrafricano per la ripresa dei rapporti diplomatici troncati nel 1997, iniziando ad importare petrolio dal Ciad come dal Sudan. Il Ciad e il Sudan non sono che una parte dell’ampio sforzo della Cina per assicurarsi il petrolio alla fonte in tutta l’Africa. Non è un caso che i campi abbandonati della Chevron in Sudan siano stati poi sviluppati dai Cinesi, con notevoli risultati a partire dal 1999.
La politica espansionistica cinese nella regione è contrastata non solo dagli Americani, ma anche dai Francesi, che hanno dislocato in Ciad due divisioni di paracadutisti e un battaglione della Legione Straniera e sono accusati di fomentare la guerra, finanziando gruppi ribelli addestrati in campi ciadiani. La Francia non può permettersi di perdere terreno rispetto ai concorrenti. Nelle aree che oggi controllano i ribelli della SPLA/M, nel Sudan meridionale, ricade la concessione della Total, ma nella regione ci sono i Cinesi a fare prospezioni e a programmare oleodotti verso Port Sudan. La Total, inoltre, ha avviato una battaglia legale con la White Nile – una joint venture tra investitori britannici e la compagnia petrolifera parastatale del Sud, la Nile Petroleum Corporation – quando la SPLA/M ha assegnato a quest’ultima il Blocco Ba che si sovrappone al Blocco B, già assegnato da Khartoum alla Total. Sebbene il Blocco B non sia ancora operativo, la Total paga annualmente a Khartoum 1,5 milioni di dollari per mantenere i propri diritti.
Allo stesso modo i Cinesi finanziano il governo di Khartoum per non perdere quel mare di petrolio e sottrarre le concessioni ai concorrenti, cercando contemporaneamente di creare buone relazioni con il Sud per tutelare i propri interessi in caso di secessione.
La storia recente del Sudan sembra intrecciarsi indissolubilmente con quella del Ciad, non solo per la comune presenza di giacimenti petroliferi. È infatti il dittatore ciadiano Deby – grazie all’aiuto militare, all’addestramento e alle armi Usa di cui dispone – ad aver innescato il conflitto nei territori periferici abbandonati del Darfur, che secondo alcune stime avrebbe provocato finora 300.000 morti, fornendo uomini e armi ai ribelli darfuriani contro il governo di Khartoum.


IL CONFLITTO IN DARFUR
Ogni guerra civile si trasforma in guerra di religione ha scritto Georges Bernanos nei Dialoghi delle Carmelitane, ma questo principio non vale per il Darfur. Interessato, come tutto il Centro-Nord del Sudan, dalla penetrazione araba nel VII secolo dopo Cristo, il Darfur – una regione occidentale nel deserto del Sahara grande due volte l’Italia e popolata da circa 6 dei 40 milioni di abitanti del Paese – è diviso tra popolazioni arabizzate, ossia figlie del mescolamento tra immigrati arabi e popolazioni autoctone. La loro contrapposizione ha quindi origini etniche, diversamente da quanto verificatosi per i due lunghissimi conflitti che avevano invece un carattere di scontro religioso tra le popolazioni cristiano-animiste del Sud e quelle arabo-islamiche del Nord. Il governo islamico di Karthoum è stato accusato di aver esasperato differenze etniche ormai affievolite e di affiancare la milizia araba Janjaweed (i diavoli a cavallo), autrice di gravi violenze sui civili del Darfur, contro i gruppi ribelli JEM (Justice and Equality Movement) e SLA (Sudan Liberation Army).
La situazione è degenerata in una vera guerra nel febbraio del 2003 per il sopraggiungere di ragioni politico-economiche. La prima motivazione è stata la strumentalizzazione delle differenze etniche da parte di al-Turabi, mente storica dei Fratelli musulmani in Sudan e protagonista della teocrazia sudanese fino al 2000, che ha alimentato la lotta di potere contro il leader del regime politico-militare di Khartoum, Omar al-Bashir. Il secondo motivo è stato l’annuncio nell’aprile 2005 del portavoce del ministro per le Miniere e l’energia del Sudan, Mohamed Siddig, dell’inizio delle perforazioni in Darfur in seguito ad analisi geologiche che provavano la presenza di greggio in abbondanti quantità.
La conferma da parte di un membro del Consiglio dei ministri di Khartoum della scoperta di un campo ad olio da 500.000 barili/giorno nel Darfur, divulgata dal Sudan Tribune il 5 giugno 2006, ha moltiplicato le aspettative. I geologi considerano il Darfur un’area promettente sul piano esplorativo poiché ha molte similitudini con il vicino bacino libico del Fezzan [Wall Street Journal], ma i risultati fino ad oggi sono stati deludenti. Solo il giacimento vicino Abu Gabra, nel Darfur meridionale, produce 15.000 barili/giorno, mentre la APCO, concessionaria del lotto C, tra il 2005 e il 2006 ha perforato 5 pozzi secchi. Nonostante ciò, c’è chi ancora insiste sulla presenza del greggio in quest’area del Sudan. Salah Wahbi, presidente della Sudanese Advanced Petroleum Company, ha dichiarato nel 2007 al Los Angeles Times che la sua compagnia ha trovato prove della presenza di olio in tre pozzi perforati in passato in Darfur. Inoltre, un funzionario governativo del settore petrolifero, protetto dall’anonimato, ha dichiarato ancora al Los Angeles Times che le probabilità che ci sia petrolio in Darfur sono abbastanza alte.
Secondo qualche altra fonte, le prospezioni di tecnici della Shell avrebbero localizzato greggio paragonabile a quello libico. In realtà certezze non ce ne sono, ma si suppone che l’oro nero sia presente in Darfur anche per la vicinanza ad aree con riserve petrolifere: a Sud il Sudan meridionale, a ovest il Ciad, l’ultimo nuovo produttore petrolifero dell’Africa, a Nord Ovest la Libia. Non a caso, sin dall’avvio del conflitto i ribelli hanno inserito tra le loro rivendicazioni l’incasso dell’80 per cento dei proventi petroliferi darfuriani.
Il petrolio, però, non è tutto. Nel 2007 l’Università di Boston ha annunciano di aver localizzato grazie al telerilevamento un immenso lago sotterraneo che si estenderebbe, secondo le stime, per 30.000 chilometri quadrati sotto il Darfur tra il confine libico e il Nilo, fornendo una risorsa idrica fondamentale per questa regione desertica. Il Darfur, inoltre, è strategico, con la sua posizione di collegamento fra Repubblica Centrafricana, Egitto, Libia, Ciad e Sudan meridionale, per la creazione del mai dimenticato corridoio di riserve energetiche tra il Mar Rosso e il Golfo di Guinea. Gli Usa potrebbero realizzare un oleodotto, attraverso il Darfur, che colleghi i giacimenti del Sudan meridionale all’oleodotto Doba-Kribi che porta il petrolio ciadiano all’Oceano Atlantico. D’altro canto la cinese CNPC, detentrice dei diritti del blocco 6 che attraversa il Darfur, potrebbe far passare nella regione una pipeline che colleghi Port Sudan alle nuove riserve nella Guinea Equatoriale, attraversando la ricca zona petrolifera sudanese di Abyei.

IL RUOLO DELL'ONU
Le difficoltà di trovare un accordo al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per risolvere la crisi umanitaria del Darfur sono facilmente immaginabili. Da un lato gli Usa spingono da anni per il riconoscimento del genocidio in Darfur o almeno per l’applicazione di sanzioni economiche (compreso il divieto di esportazione del petrolio) contro il governo sudanese; dall’altro la Cina, in virtù delle concessioni petrolifere di cui beneficia, difende il regime di al-Bashir non solo politicamente, ma anche militarmente. Secondo un rapporto della Ong per la tutela dei diritti Human Rights First (HRF), nel periodo 2004-2006 Pechino ha ceduto al Sudan armi per 55 milioni di dollari in violazione dell’embargo dell’Onu ed è ora quasi il suo solo fornitore di armi.
Usa e Onu, comunque, sono riusciti a pressare il governo sudanese e i principali gruppi ribelli affinché firmassero il Darfur Peace Agreement il 5 maggio 2006 ad Abuja, in Nigeria. L’accordo prevede la condivisione di poteri e ricchezze e il diritto per i darfuriani di determinare il loro status di regione autonoma con un referendum nel luglio 2010.


Washington ha anche premuto sull’Onu per il dispiegamento dei Caschi Blu nel Darfur, con lo scopo di favorire de facto l’intrusione americana in Sudan, aprendo la possibilità di un drastico “cambio di regime”. Pechino, per contro, fino all’adozione della Risoluzione 1769 del Consiglio di Sicurezza, nel luglio 2007, ha indebolito tutte le principali risoluzioni attraverso l’astensione o la minaccia di ricorrere al diritto di veto. Gli attacchi dei ribelli alle proprie installazioni petrolifere in Darfur nel 2006 e 2007 hanno però fatto comprendere alla Cina che il suo rapporto privilegiato con Khartoum non tutela i suoi interessi come credeva. Il 31 luglio 2007, nell’ultimo giorno di presidenza cinese, il Consiglio di Sicurezza ha autorizzato la missione Onu- Unione Africana in Darfur (UNAMID) per supportare l’attuazione del Darfur Peace Agreement.
Khartoum, comunque, continua a ostacolare il dispiegamento della UNAMID, una forza prevista di 26.000 unità che alla fine del 2007 però non superava le 10.000 unità. Il governo sudanese, infatti, teme che queste truppe possano condurre alla creazione di un’entità ufficialmente facente parte del Sudan, ma in pratica sotto il controllo della comunità internazionale guidata dagli Usa. Quasi sempre, in politica, il risultato è contrario alle previsioni sosteneva lo scrittore francese François-René De Chateaubriand e, in effetti, gli sforzi dell’Onu finora hanno prodotto scarsi risultati, anzi all’inizio del 2008 le condizioni di sicurezza lungo il confine Ciad-Sudan sono peggiorate. Il 30 gennaio 2008 tre gruppi di ribelli ciadiani sostenuti da Khartoum hanno lasciato il Darfur per lanciare un attacco infruttuoso contro il governo ciadiano e la capitale N’djamena. Come risposta, i ribelli della JEM, sostenuti militarmente e finanziariamente da Deby, sono entrati in Ciad per contrastare l’offensiva dei ribelli ciadiani.
La guerra è un castigo tanto per chi la infligge quanto per colui che la patisce, per dirla con Thomas Jefferson, eppure per il Sudan sembra essere il fil rouge della propria storia. Alle spalle il Paese ha un passato fatto di conflitti e ribellioni, come la sanguinosa Rivolta Madhista del 1881-1885 che sfociò nell’assedio di Khartoum del 1884 con l’assassinio del generale britannico Gordon Pascià (qualche cinefilo di buona memoria forse rammenterà una pellicola hollywoodiana con Charlton Heston dedicata a quegli avvenimenti).
La storia recente – ma non solo – di questa regione dell’Africa ha un denominatore comune con quella di molte altre aree del mondo ricche di risorse: la lotta per l’accaparramento delle materie prime senza esclusione di colpi. È come nella buskashì, il gioco nazionale afgano in cui due squadre di cavalieri si disputano senza regole la carcassa di una capra decapitata e dove la sola cosa che conta, alla fine della competizione, è il possesso della carcassa, o perlomeno di ciò che ne rimane. Fuor di metafora, lascio al lettore intuire chi, in realtà, occupa il posto della capra...


 
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