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Il made in Italy nel fotovoltaico: prospettive di crescita per le nostre imprese? Stampa E-mail
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di Davide Chiaroni e Federico Frattini - Politecnico di MIlano




Appare evidente come le imprese italiane si approprino di una significativa quota del valore del mercato nelle fasi “a valle” (distribuzione e installazione) della filiera, in cui il contatto diretto con il cliente finale, sia esso residenziale o industriale, e la capillarità della presenza locale ri- vestono un ruolo critico e dove sembra arduo per le imprese straniere senza una sede in Italia costruirsi un differenziale competitivo, anche negli anni a venire. Si tratta dell’effetto più diretto, e ovviamente positivo, del Nuovo Conto Energia che, incentivando l’utilizzatore finale ad installare un impianto fotovoltaico, “trascina” le fasi più prossime della filiera, premiando quello spirito imprenditoriale che è innegabilmente uno dei punti di forza del nostro Paese.
Altrettanto chiaramente, tuttavia, il made in Italy è in maggiore difficoltà mano a mano che si risale la filiera, verso le fasi a marginalità maggiore, in cui la presenza delle nostre imprese si fa sempre più rada. In questi stadi la capacità di innovare con continuità processi e tecnologie, e di conseguenza la disponibilità di cospicue risorse finanziare da destinare ad attività di Ricerca e Sviluppo, diventano di capitale importanza. Inoltre, il livello degli investimenti in asset materiali (sono ad esempio necessari circa 250 milioni di euro per installare un impianto di produzione di silicio con una capacità di 5.000 tonnellate, equivalenti a circa 600 MW di potenza fotovoltaica) è particolarmente elevato.

Il sistema di tariffe feed-in introdotto dal Nuovo Conto Energia non è in grado di stimolare investimenti in innovazione e capacità produttiva di questa entità. Sono i vantaggi assoluti di costo e i differenziali di scala di cui godono gli operatori stranieri (e in particolare i big del mercato a livello mondiale), che consentono loro di essere estremamente competitivi nelle fasi “a monte” della filiera fotovoltaica, conquistando quote consistenti del mercato italiano e quindi appropriandosi di una porzione estremamente rilevante del suo valore.
Quali le alternative per rafforzare il ruolo del made in Italy e quindi le ricadute positive della crescita del mercato fotovoltaico nel nostro Paese? Ne esistono almeno tre, che sarebbe auspicabile perseguire contemporaneamente per rafforzarne l’effetto sistemico. La prima, di natura politica, richiede l’introduzione – a fianco del Conto Energia – di meccanismi di politica industriale che incentivino direttamente o indirettamente (ad esempio attraverso agevolazioni fiscali) la ricerca e gli investimenti in capacità produttiva nelle fasi più a monte della filiera. In questo senso, indirizzare gli investimenti verso le tecnologie più innovative e promettenti (quali i film sottili a basso contenuto di silicio o silicon-free), rispetto al tradizionale silicio mono- o poli-cristallino, dove le imprese italiane hanno accumulato un certo ritardo tecnologico nei confronti dei principali player internazionali, sembra essere l’alternativa preferibile.

La seconda, che coinvolge invece direttamente le imprese, richiede che esse profondano uno sforzo consistente nell’incrementare la capacità produttiva (per imoduli già passata da 72 a 372 MW nel corso del 2008) al fine di non lasciarsi sfuggire le opportunità di crescita del mercato italiano e dei più promettenti Paesi europei nei prossimi 4-5 anni, tra cui Grecia, Francia e Romania.
La terza, che ha invece un orizzonte temporale più lungo, riguarda la traiettoria tecnologica che le imprese italiane potrebbero abbracciare per il futuro. Considerata l’impossibilità di competere con i big del silicio, sarebbe opportuno concentrare gli sforzi sul film sottile, tecnologia emergente che sembra destinata a dominare il mercato a partire dai prossimi dieci anni, e rispetto alla quale sarebbe ancora possibile costruire una posizione di forza analoga a quella che hanno sviluppato da tempo la norvegese REC o la tedesca Q-cells nell’era del silicio.

A fine 2008 gli impianti fotovoltaici in esercizio in Italia hanno superato la potenza complessiva di 300 MW, facendo registrare un incremento annuale di 181,1 MW, pari al 150 per cento rispetto alla soglia raggiunta alla fine del 2007. Questo significativo balzo in avanti della potenza installata, dovuto sostanzialmente all’efficacia del Nuovo Conto Energia – lo schema di tariffe incentivanti entrato in vigore all’inizio del 2007 – si è accompagnato ad un’altrettanto vigorosa crescita del volume d’affari complessivo registrato nel 2008.

La vendita di impianti fotovoltaici ha generato un fatturato complessivo di poco inferiore ai 1.070 milioni di euro, quasi equamente suddiviso fra le installazioni residenziali (395 milioni di euro, corrispondenti a circa 62 MW di potenza installati), quelle industriali e commerciali (345 milioni di euro per circa 56 MW), ove prevale la componente di autoconsumo dell’energia prodotta, e la realizzazione di vere e proprie centrali elettriche (330 milioni di euro in oltre 80 impianti, per un totale di circa 52 MW).
Il volume d’affari associato alla produzione e vendita di silicio e wafer impiegati nella fabbricazione di celle e moduli utilizzati negli impianti fotovoltaici installati nel 2008 in Italia è stimabile in circa 600 milioni di euro, mentre la realizzazione di celle e moduli ha fatto registrare un giro d’affari complessivo di circa 850 milioni di euro. La vendita di tecnologie, materiali e componenti necessari alla fabbricazione di celle, moduli e all’installazione degli impianti completi, ha complessivamente generato fatturato stimabile in circa 1.150 milioni di euro. Le aspettative di crescita del mercato per il futuro, nonostante la sfavorevole congiuntura economica e gli effetti restrittivi del credit crunch, rimangono particolarmente ottimistiche, con tassi di crescita attesi della potenza installata stabilmente a due cifre almeno per i prossimi cinque anni. Questo rende il mercato italiano particolarmente attrattivo, non solo per gli operatori italiani ma anche per quelli stranieri che sono attualmente alla ricerca di un nuovo Eldorado, dopo che la Germania prima e la Spagna poi – una volta raggiunti nel 2007 valori di potenza installata rispettivamente pari a 3.862 MW e 576 MW, ovvero 64 e 10 volte quelli raggiunti in Italia alla fine del 2007 – hanno avviato un graduale ma inesorabile processo di riduzione degli incentivi pubblici all’installazione.

Alla luce di ciò, è importante valutare quale sia il ruolo delle imprese italiane in questo mercato, e quindi quanta parte del suo valore complessivo rimanga effettivamente in Italia, remunerando direttamente gli investimenti dalle nostre imprese e, indirettamente (attraverso l’imposizione fiscale e la creazione di posti di lavoro) il denaro pubblico messo a disposizione attraverso l’incentivazione (più di 30 milioni di euro sono stati ad oggi erogati attraverso il Nuovo Conto Energia). Per rispondere a questa domanda è necessario ricostruire l’andamento della marginalità media lungo le diverse fasi in cui si articola la filiera del fotovoltaico, che dall’installazione del prodotto finito passa attraverso la distribuzione specializzata di materiali e componenti, risale alla fabbricazione dei moduli e, ancor prima, delle celle fotovoltaiche, per arrivare quindi alla produzione della materia prima fondamentale, il silicio di grado solare.
Ciascuno stadio della filiera, e quindi ogni impresa che in esso opera, si appropria – sotto forma di margine industriale – di una percentuale del valore generato dal mercato che è tanto più significativa quanto più si risale “a monte”. Secondo i dati dell’indagine dell’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano infatti, la marginalità media degli installatori è pari al 20 per cento, per scendere poi al 7 per cento dei distributori, e risalire gradualmente al 20 per cento dei produttori di celle e moduli, sino ad oltre il 50 per cento per chi produce e vende polysilicon. Anche il ruolo e la presenza delle imprese italiane varia però significativamente da fase a fase. Il 74 per cento degli installatori e dei distributori è italiano (e il restante 26 per cento è rappresentato da aziende estere, ma con una filiale commerciale in Italia).
La percentuale di operatori originari del nostro Paese che serve il mercato italiano scende tuttavia al 38 per cento se si passa alle fasi di fabbricazione di celle e moduli, per ridursi ad un esiguo 2 per cento se si prende la produzione di silicio. La mancanza di operatori italiani lascia qui sempre maggior spazio all’import puro (pari al 40 per cento per celle e moduli e al 98 per cento nel silicio), che si realizza cioè senza che i beni importanti transitino attraverso una sede commerciale di un qualche rilievo collocata nel nostro Paese.

 
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