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Back to the "futures" o ritorno ai fondamentali? Stampa E-mail

a cura di Drilling


Il tracollo delle banche e delle principali istituzioni finanziarie internazionali ha fatto anche esplodere la “bolla” petrolifera. Era un evento preannunciato da tempo (ne abbiamo parlato qualche mese fa, proprio quando il vento sembrava soffiare a poppa spingendo i prezzi verso i 150 dollari/barile). L’Opec riprende un minimo di attività, annuncia e tenta di attuare tagli alla produzione per sostenere il prezzo del petrolio in caduta libera da settembre (da 145 a 52 dollari/barile). Uno scivolone mai visto nella storia dell’industria petrolifera. Finora il risultato dei tagli annunciati è stato il proseguimento della discesa, a conferma della totale marginalità del ruolo dell’Opec sulla dinamica dei prezzi del petrolio.

C’è però qualche novità sostanziale nello scenario del mercato petrolifero internazionale. Anzitutto il tracollo dell’attività finanziaria sul mercato a “futuri”. Le transazioni giornaliere di contratti petroliferi sui mercati finanziari sono crollate da livelli di quasi 200 miliardi di dollari/ giorno a quelli di circa 20 miliardi/giorno. Un crollo di quasi 10 volte rispetto ai valori di giugno.
Ciò vuol dire che dal mercato a futuri del petrolio sono scomparse le attività esclusivamente finanziarie delle banche e sono rimasti ad operare soltanto le compagnie petrolifere o gli operatori del mercato fisico, al solo scopo di coprirsi dal rischio delle oscillazioni del prezzo. Siamo cioè tornati alla struttura di mercato che avevamo alla fine degli anni ‘90. Durerà?
Il prezzo del petrolio, sebbene ancora indicizzato all’andamento della Borsa petrolifera di Londra e New York, è molto più correlato agli equilibri della domanda e dell’offerta. In questo scenario, il valore intorno a 50 dollari/barile rappresenta veramente un punto di equilibrio ragionevole e duraturo?



Vediamo anzitutto se la crisi economica ha in qualche modo cominciato a far sentire i suoi effetti sulla domanda petrolifera. Nelle passate settimane gli occhi degli analisti erano puntati sul possibile crollo della domanda delle benzine americane, che avrebbe innescato una sorta di effetto domino all’interno del mercato petrolifero mondiale (crollo della domanda di benzine americane, arresto delle importazioni di benzine dall’Europa, crollo dei prezzi in Europa, e quindi tracollo dei prezzi del petrolio). In realtà, il prezzo del petrolio è sceso intorno a 50 dollari/barile, ma la domanda di benzine in America non ha subito variazioni importanti. Infatti, nel corso del 2008 si è avuta una diminuzione del 2 per cento dei consumi di benzina, assolutamente al di sotto del livello che sarebbe necessario per ridurre in modo significativo il flusso di importazione dei componenti ottanici dall’Europa e dal Sud America.

Si tratta di un elemento strutturale che viene trascurato da molti analisti. Negli Usa la legislazione ambientalista ha prodotto alcuni mostri, quale la possibilità per ogni Stato di richiedere per le benzine specifiche diverse dagli standard nazionali. Si è così giunti ad avere circa 40 tipi di benzine differenti, distribuite nei vari Stati e contee del Paese, con difficoltà immense per il sistema produttivo per farvi fronte. Ogni operatore è costretto ad importare o a scambiare con altri raffinatori di Stati vicini componenti del blending benzine (la benzina non è un prodotto, ma una miscela di prodotti e semilavorati che garantiscono nell’insieme alcune caratteristiche: numero di ottano, densità, presenza limitata di aromatici, olefine, eccetera), per riuscire a formulare un prodotto vendibile nel territorio di competenza.

Ad oggi, i volumi di componenti ottanici importati negli Usa rimangono ben al di sopra di 1 milione di barili/giorno, mantenendo un certo livello di tensione nel mercato internazionale, che fa da sostegno al livello dei prezzi del greggio. Dove si può, al contrario, toccare con mano l’impatto della crisi economica è il settore del trasporto aereo. Il consumo di jet fuel negli Usa è diminuito di oltre il 10 per cento e ha visto la riduzione dei voli da parte di tutte le principali compagnie aeree.
Questo è l’unico dato concreto che misura un cambiamento di abitudini negli Usa, sia nel mondo del business sia in quello privato. Ovviamente, poiché si tratta di una variazione pur significativa di un segmento limitato della domanda petrolifera americana (il jet fuel costituisce meno del 10 per cento della domanda totale), non c’è da aspettarsi effetti dirompenti sui livelli dei prezzi del petrolio. L’impatto vero di questa diminuzione potrà farsi sentire nell’evoluzione del mercato del gasolio invernale. Infatti, il kerosene (da cui si ottiene il jet fuel) è anche usato per essere mescolato al gasolio e migliorarne la qualità.

Sia gli Stati uniti sia l’Europa hanno bisogno di importare massicciamente gasolio durante la stagione invernale. I Paesi che possono fornire questa offerta in ecce- È qui l’elemento chiave che deciderà l’andamento dei prezzi durante i prossimi mesi invernali: la capacità di offerta da parte del sistema di raffinazione “occidentale” di gasolio pulito di alta qualità. Se l’inverno sarà mite, come fu nella stagione 2006-2007, la domanda di gasolio per riscaldamento sarà contenuta e la struttura produttiva sarà facilmente in grado di rifornire il sistema senza che si creino tensioni sui prezzi. In tal caso il prezzo del petrolio greggio è destinato a scendere ancora, probabilmente intorno a 40 dollari/barile. Se, al contrario, si avrà un inverno rigido, si manifesteranno ancora una volta i colli di bottiglia del sistema produttivo visti in passato, con forti impatti sia sul prezzo del gasolio sia su quello del greggio. In questo caso il prezzo del petrolio tornerà ad oscillare intorno a 60 dollari/barile.

Da oggi fino a marzo 2009, a decidere il prezzo del petrolio sarà il termometro nelle maggiori aree di consumo (Usa, Europa). Tutti gli altri elementi (politiche Opec, scenari macro-economici e geopolitici, eccetera) continueranno ad agire come abbellimenti estetici dello scenario. C’è inoltre un elemento decisivo che, in assenza della speculazione finanziaria, determinerà la fascia di oscillazione dei prezzi del petrolio, ovvero il costo di produzione dei barili marginali. Tutti ricordiamo come fino agli anni ‘90, quando si determinava una crisi di eccedenza di offerta sul mercato, il prezzo del petrolio crollava rapidamente al di sotto dei 10 dollari/barile. Questo prezzo rappresentava il costo di produzione dei campi marginali di quel tempo, ovvero delle produzioni offshore del Mare del Nord o del Golfo del Texas.



Il mantenimento del prezzo a quei livelli faceva sparire dal mercato la produzione di parte di quei greggi e quindi contribuiva a riallineare l’offerta alla domanda, o comunque attivava quelle azioni sul mercato internazionale (o decisioni della politica internazionale) che portavano alla stabilità.
Oggi i campi marginali sono costituiti da giacimenti produttivi “di frontiera” dal punto di vista tecnologico, come le sabbie bituminose del Canada o del Venezuela o come certe produzioni offshore in acque profonde. I costi di produzione di questi campi sono al di sopra dei 40 dollari/barile. Questo è quindi il nuovo limite inferiore del prezzo del petrolio. Al di sotto di questo, si verificherebbe una rottura dirompente del flusso di approvvigionamento di energia di aree fondamentali dei Paesi industrializzati, con contraccolpi pesanti per l’economia. Credo quindi che sia opportuno abbandonare scenari che ipotizzano ulteriori discese dei prezzi a livelli minimi del passato e avere un sano realismo per quanto riguarda la possibilità di aumenti nel prossimo futuro. Fino a marzo deciderà l’andamento delle temperature invernali, dopo sarà il gioco delle benzine americane, che potrà nuovamente spingere i prezzi verso i 70-80 dollari/barile. La crisi economica attenuerà le tensioni del passato ma non le cancellerà e soprattutto non ci consentirà di dimenticare che esiste una crisi energetica strutturale con cui fare i conti.

 
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