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Coppi: "Alla ricerca...del tempo perduto" Stampa E-mail

di Davide Canevari


Bruno CoppiSfogliando le pagine dei media italiani, la ricerca nel settore energetico sembra vivere un momento di eccezionale euforia e di straordinarie opportunità: le nuove rinnovabili, il fotovoltaico ad altissima efficienza, la carbon sequestration, il nucleare di prossima generazione… Ce n’è davvero per tutti i gusti! Ma i gusti, come si sa, seguono spesso le mode. E non a caso l’attenzione per i temi sopra descritti vive fiammate improvvise, per poi cadere altrettanto repentinamente nel dimenticatoio, e tornare poi, magari, in cima alla hit parade delle preferenze a pochi mesi di distanza.
Bruno Coppi, docente al Mit di Boston e universalmente riconosciuto come uno dei più brillanti cervelli italiani che ancora oggi si dedicano (all’estero) alla ricerca, riprende questa riflessione e sorride con un pizzico di amarezza. “Purtroppo è vero; la ricerca nel campo energetico deve superare le suggestioni tipiche delle mode del momento e dedicarsi a un programma finalmente serio”.

Un approccio, mi sembra di intuire, che fino a oggi è mancato...
È vero, per ora la ricerca nel settore energetico non è stata affrontata seriamente. Prendiamo, ad esempio, la fusione nucleare. Sulla base di studi condotti al Mit saremmo perfettamente in grado di realizzare test approfonditi con un reattore sperimentale. Ebbene, se davvero questo campo di studi fosse percepito come un problema urgente, oggi quel prototipo ci sarebbe e sarebbe in funzione. Anche a livello mondiale gli studi sulla fusione sono per ora probabilmente serviti per formare personalità tecniche di rilievo, magari dirottate poi sul settore militare o spaziale, ma non hanno ancora portato a risultati concreti. Un discorso simile si può fare con i reattori nucleari. Ai tempi del referendum in Italia mi era stato personalmente promesso dal Governo in carica che la ricerca di settore non sarebbe stata interrotta. Invece tutti sanno come le cose sono andate a finire. E anche nel resto del mondo si è fatto meno del necessario. Oggi, con la fame di energia che c’è a livello planetario, avremmo potuto già avere a disposizione soluzioni tecnologiche molto più avanzate, sicure, efficienti di quelle presenti sul mercato. Se solo si fosse fatta ricerca in modo più serio. In questi anni… abbiamo davvero perso anni di lavoro preziosi.

Torniamo a un tema che lei ha già sfiorato. Si parla di nucleare di IV generazione, di CCS, di nuove tecnologie fotovoltaiche... L’impressione è che si guardi al futuro, ed è meritorio, ma ad un futuro che potrà vedere applicazioni pratiche solo tra 10 o 20 anni. E nel frattempo? Davvero i tempi per la ricerca in questo campo sono così lunghi? E cosa, invece, ci si può aspettare nel più breve periodo?
Naturalmente nella ricerca è legittimo ragionare con orizzonti temporali ampi. Ma occorre anche aver ben chiare le dimensioni del problema e soprattutto non ingenerare aspettative eccessive. Ad esempio, la CCS non è una questione così semplice e per creare una vera ed efficiente filiera di separazione e confinamento dell’anidride carbonica occorre sviluppare tecnologie ad oggi ancora non esistenti, occorre mettere in campo sforzi tecnologici che ad oggi non sono stati preventivati e decisi. Non si può promettere questa soluzione come la risposta a tutti i problemi, già a disposizione domani mattina.

Nel frattempo, quindi?
Nel frattempo credo che la soluzione migliore sia quella di far progredire i reattori nucleari, tecnologia già oggi a disposizione. Anche se, come ho detto prima, questo campo di studi ha accumulato pesanti ritardi e non è possibile invertire la tendenza in tempi brevissimi. Come Mit stiamo preparando un documento per il nuovo Presidente degli Stati Uniti proprio sul tema in oggetto. Dalle prime analisi, proprio nel campo nucleare, emerge un pesante deficit industriale ed umano (mancano le persone) anche in una nazione come gli Stati Uniti.

E le rinnovabili?
Siamo tutti a favore di queste fonti! Ed è chiaro che sono importanti. Ma hanno ancora molte criticità e i costi sono tuttora fuori mercato, specie per il fotovoltaico. La BP ha presentato di recente un rapporto, realizzato da un gruppo di esperti che si occupano di “guardare avanti” e di prevedere le future evoluzioni del settore. Il loro parere sulle possibilità di sviluppo del fotovoltaico, con le tecnologie attuali, è stato molto cauto: servirebbe, invece, un deciso salto tecnologico. Ma questo significa anche ingenti fondi per la ricerca. Altri problemi chiave, quello della trasmissione di grandi quantità di energia elettrica sulle lunghe distanze e quello del superamento della discontinuità delle rinnovabili. Quindi, della predisposizione di efficienti sistemi di accumulo.

E qui, ci si attende che scenda in campo la ricerca...
D’accordo, ma prima di tutto bisogna evitare il rischio di cui abbiamo parlato in precedenza, ovvero di subire il fascino di una moda e di disperdere gli sforzi. I fondi andrebbero indirizzati dove davvero ci sono le competenze, senza disseminarli a favore di troppe realtà che, magari, si “improvvisano” esperti e senza creare sovrapposizioni tra differenti gruppi di lavoro. In ogni caso, vista la complessità dei temi affrontati, restano innegabili incertezze sui tempi di ritorno.

Quindi, a suo parere, la soluzione è quella di puntare sui grandi programmi internazionali?
Non necessariamente. L’esperienza ci dice che non sempre hanno portato i frutti sperati, proprio perché spesso sono stati soffocati dall’eccessiva burocrazia. Il modello che ho in mente è un altro, quello delle grandi Università americane che diventano un “centro internazionale” di competenze non perché radunano attraverso un trattato o un accordo diverse nazioni, ma perché vedono lavorare allo stesso progetto e nello stesso laboratorio esperti provenienti da tutto il mondo, ciascuno con le proprie esperienze e competenze.

Nel campo della R&S in generale, quali sono le principali differenze di approccio e di “cultura” tra gli Stati Uniti, l’Europa e il Giappone?
Negli Stati Uniti c’è una grande considerazione per la cultura tecnologica, ma anche per quella umanistica. Non dimentichiamoci che Harvard è nata assieme ai primi Pilgrim Fathers e rispecchia ancora oggi il loro approccio e il loro rispetto nei confronti della conoscenza. Qualcosa del genere c’è stato anche in Italia: penso ai Collegi di Pavia e al fortissimo interesse che manifestavano nei confronti dei vari aspetti del sapere. Poi, in Italia, quella tradizione si è in buona parte persa, mentre le Università americane sono state in grado di mantenerla e coltivarla. In Francia ci sono le Grandi Scuole, tra cui la Scuola Politecnica, che poi forniscono risorse umane di alto livello alle istituzioni e ai quadri dirigenziali. Ciò è importante, poiché dà un’impronta positiva a tutto il sistema francese in termini di alta considerazione per la ricerca. E, in passato, questo contesto ha anche favorito scelte coraggiose (come nel caso del nucleare). C’è però il rovescio della medaglia: molte di queste Scuole – non tutte – soffrono poi di un certo dirigismo; in altre parole gli indirizzi della ricerca sono a volte dettati più dalla politica che non dal libero spirito del singolo scienziato. Quanto alla Gran Bretagna potremmo dire che è ancora permeata da uno “spirito aristocratico”: la ricerca è vista come qualcosa a sé stante, indipendentemente dai risultati concreti e applicabili oggi. Certo, con eccezioni importanti come nel caso dell’aerodinamica e dell’aeronautica. In Giappone, infine, a dominare è la grande attenzione per gli sviluppi tecnologici.

E nello specifico della ricerca energetica?
Negli Usa il problema dell’energia nucleare non è ancora stato affrontato in modo adeguato; il meccanismo deve rimettersi in moto. La Gran Bretagna sta facendo in questa direzione investimenti lungimiranti proprio perché ha deciso di ripartire dalla creazione delle risorse umane. In Italia le intenzioni, buone sulla carta, devono ancora essere tradotte in concreto. In Giappone le grandi industrie private hanno cominciato a investire massicciamente su temi quali la trasmissione dell’energia elettrica sulle lunghe distanze o lo studio dei nuovi materiali. E, poi, hanno già portato a casa il grande successo delle auto ibride.

Come si posizionano in questo ambito i Paesi emergenti, Cina in testa?
Un collega cinese, proprio di recente, mi ha confermato che l’atmosfera nel suo Paese è sempre più fattiva e ricettiva.

A proposito di atmosfera, proprio in Cina non mancano i problemi e quindi le opportunità per la R&S...
Sul problema del clima, inevitabilmente, molto si dovrà fare nei prossimi anni. Anche perché fino ad oggi si è parlato quasi esclusivamente di anidride carbonica, tralasciando un altro aspetto, anch’esso di dimensioni continentali: quello delle brown clouds (grosse nubi composte da aerosol e particelle inquinanti, n.d.r.). Nell’ambiente scientificose ne parla da anni, ma per ora i mass media hanno dato al problema una rilevanza marginale.

E questo suggerisce un’ultima riflessione. Non è il primo caso in cui gli scienziati non riescono a “far uscire” dai loro laboratori notizie di rilievo. Perché?
Una responsabilità è nostra; noi ricercatori facciamo spesso fatica a parlare con la stampa. Ma va anche detto che i mass media, di solito, preferiscono riportare il parere di chi fa molto rumore. E spesso, chi è impegnato a fondo in ricerche davvero impegnative, non ha né tempo né voglia di fare rumore...

 
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