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A Montreal Kyoto va avanti, per il "post" ci vuole pazienza Stampa E-mail
Dal 28 novembre al 10 dicembre scorsi si è tenuta a Montreal, in Canada, l’undicesima Conferenza delle Parti sui Cambiamenti Climatici (COP), il grande meeting che una volta all’anno riunisce delegati governativi di ogni nazione e rappresentanti del mondo scientifico, dell’industria, della finanza e delle organizzazioni ambientaliste, per fare il bilancio di quanto è stato attuato e definire quali altre misure programmare per contrastare i cambiamenti climatici in atto. Quest’anno, essendo entrato in vigore nel 2005 il Protocollo di Kyoto (PK), la COP è stata affiancata dal primo Meeting delle Parti (MOP) del PK. La maggioranza dei Paesi (Parti) hanno partecipato alle negoziazioni relative sia all’UNFCCC – United Nation Framework Convention of Climate Change - sia al PK, ad eccezione di Usa e Australia che non hanno preso parte ai negoziati sul PK. Come è noto, infatti, Washington e Canberra rifiutandosi di contrarre impegni quantificati e vincolanti, non hanno ratificato il PK. L’UNFCCC, convenzione entro il cui ambito è nato il PK, non impone invece alcuna forma di impegno legalmente vincolante.
Quella di Montreal doveva essere, secondo la presidenza canadese della COP/MOP, la conferenza delle 3 “I” - Implementation, Improvement, Innovation - in quanto i delegati erano chiamati ad “implementare” il PK, “migliorare” lo stesso e l’UNFCCC, esplorare soluzioni “innovative” per future cooperazioni in modo da soddisfare tutti gli interessi rappresentati a Montreal. L’agenda dei delegati presenti alla COP/MOP era particolarmente fitta e le aspettative molteplici, così come i timori circa il buon esito dei negoziati. In particolare, due i punti sui quali andava giudicato l’esito delle negoziazioni: la piena attuazione del PK, e l’avvio del processo di definizione delle future politiche sui Cambiamenti Climatici (azioni future).

Riguardo all’implementazione e al rafforzamento del PK e dei suoi Meccanismi Flessibili, va detto che la COP/MOP è stata quasi un trionfo: la maggior parte delle discussioni hanno avuto esito soddisfacente. Vi era necessità di procedere all’adozione formale degli Accordi di Marrakech (Settima Conferenza delle Parti) necessari a rendere il Protocollo attuativo. Un mancato accordo su tale punto avrebbe ridotto l’efficacia di Kyoto, almeno nel breve termine. I delegati non hanno tradito le aspettative e hanno adottato abbastanza celermente le decisioni prese a Marrakech, raggiungendo un accordo anche sul Meccanismo di Compliance, su cui vi è stato un acceso dibattito.

I risultati maggiormente interessanti sono quelli relativi all’implementazione dei Meccanismi Flessibili - Emissions Trading (ET), Clean Development Mechanism (CDM), Joint Implementation (JI) - del PK. Riguardo a quest’ultimo punto, gli addetti ai lavori (finanza, industria, decisori politici) chiedevano un potenziamento del CDM, l’avvio spedito del JI e certezze circa i tempi di attivazione dell’International Transaction Log (ITL), il grande registro su cui saranno annotati gli scambi dei permessi di emissione tra le Parti. La maggior parte delle richieste sono state recepite dai delegati che, al termine delle due settimane della Conferenza, hanno prodotto una serie di decisioni tale da sorprendere anche gli osservatori più scettici. Nonostante alcune questioni di rilievo non siano state risolte, ma rimandate a discussioni successive (HFC, sequestration geologica della CO2 su cui però si sono fatti notevoli passi in avanti), su CDM, JI e ITL l’output finale COP/ MOP è stato decisamente positivo.

Il CDM, meccanismo cruciale per il raggiungimento degli obiettivi fissati da Kyoto, è stato fortemente rafforzato, potenziando il suo organismo di supervisione (CDM Executive Board) e dando chiare indicazioni per velocizzare l’iter burocratico di registrazione dei progetti e ampliare numero e tipologia dei progetti papabili.
Al JI è stato dato pieno avvio, istituendo il suo organismo di supervisione (JI Supervisory Committee) e consentendogli di fare uso nella fase di start-up delle metodologie e degli enti di certificazione del CDM.

Anche in materia di registri e ITL sono state adottate importanti decisioni, tra cui l’invito a rendere operativo l’intero sistema prima del 2008.
Come già detto, a Montreal doveva anche essere avviato il processo di definizione di un largo accordo internazionale per la regolamentazione del periodo successivo al 2012, capace di coinvolgere tutti i principali emettitori, attuali e futuri, (Usa, EU, Russia, Giappone, Cina e India), i quali si sono presentati all’incontro con idee molto diverse circa l’opportunità di agire, le modalità dell’azione e l’attribuzione degli oneri.

La necessità di una larga intesa si fonda su ragioni di natura economica ed ecologica. Da un lato, le politiche di mitigazione dei cambiamenti climatici hanno un costo che attualmente grava sulle spalle di pochi Paesi, in primis l’Ue. Le aziende nostrane lamentano, infatti, che gli obblighi contratti hanno non poche conseguenze sulla loro competitività nei confronti dei concorrenti americani, cinesi e indiani. In secondo luogo, non è ipotizzabile pensare ad un accordo di lungo termine - da cui siano esclusi il più grande emettitore attuale (Usa) e i Paesi con il maggior tasso di crescita delle emissioni (Cina e India) - che possa effettivamente essere efficace a contrastare i cambiamenti climatici.

A Montreal le premesse non erano delle migliori, con gli Usa intransigenti circa l’assunzione di obiettivi vincolanti. La posizione dell’amministrazione Bush, ormai arcinota, prevede aperture solo su accordi che non impongano alcuna forma di vincolo alle emissioni (la Conferenza ha registrato la partecipazione di Bill Clinton e di diversi amministratori locali Usa, che hanno espresso opinioni diverse da quella dell’amministrazione federale. Ciò non ha comunque influito minimamente sulla posizione della delegazione americana). Tale posizione ha creato non pochi ostacoli all’Ue, intenzionata per il Post Kyoto a coinvolgere oltre agli Usa anche i Paesi in via di sviluppo (PVS), in un accordo in cui tutti contribuiscano attivamente a seconda delle proprie responsabilità. I PVS attualmente godono solo dei benefici ambientali ed economici indotti dai Meccanismi Flessibili, e sono poco propensi a contrarre obiettivi di contenimento delle emissioni che potrebbero limitare la loro crescita economica, soprattutto se il principale emettitore (Usa) si comporta da free-rider.
Riguardo agli Stati Uniti, va detto che recentemente si sono fatti promotori di un accordo alternativo a Kyoto, l’Asia-Pacific Partnership for Clean Development and Climate, che agli occhi di molti osservatori sembra essere solo uno strumento atto a minare ogni discussione su un Kyoto 2.

Con lo scopo di ridurre le distanze con gli americani e coinvolgere anche i PVS, l’Ue si è presentata in Canada con una proposta articolata, che suddivideva i Paesi in tre fasce con differenti tipologie di target e, al fine di venire incontro alle esigenze degli Stati Uniti, prendeva in considerazione la stipula di partnership finalizzate al trasferimento tecnologico.
A Montreal le negoziazioni si sono protratte a lungo, complice anche l’irrigidimento della delegazione russa circa l’inserimento dei commitment volontari nella decisione finale, prima di giungere ad un duplice accordo sulle azioni future. In ambito PK è stato avviato l’iter che porterà alla definizione di nuovi impegni per il post 2012; in ambito UNFCCC si è raggiunto un accordo condiviso dagli Usa, finalizzato a migliorare l’implementazione della Convenzione attraverso successivi incontri e confronti, ma escludendo ogni discussione su obiettivi quantificati e vincolanti.
Viste le premesse e l’andamento dei negoziati, era difficilmente ipotizzabile un risultato migliore. Il percorso che porta ad un accordo articolato, efficace e pienamente condiviso è lungo e tortuoso, e occorrerà qualche anno affinché un nuovo protocollo o qualcosa di simile possa vedere la luce. Benché gli scettici in merito non siano pochi, da più parti si è esultato per gli esiti positivi della COP/MOP circa le azioni future. In particolare, l’accordo sul Post Kyoto ha instillato un lieve ottimismo nei neonati mercati delle emissioni e nelle aziende che stanno investendo nella riduzione delle emissioni, che ora intravvedono qualche certezza in più per la fase successiva al 2012.

Il bilancio della COP/MOP canadese in definitiva può essere considerato molto soddisfacente, dal momento che i lavori hanno prodotto una notevole mole di risultati, seppur di differente qualità. Gli obiettivi possibili sono stati raggiunti. Concludendo, possiamo affermare che Montreal 2005 ci ha lasciato due certezze: Kyoto va avanti e si rafforza, il Post Kyoto è ancora da definire e necessita di tempo e pazienza.
 
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