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Graziani: "Sì a progetti Paese che coinvolgano il sistema industriale" Stampa E-mail

di Davide Canevari


Ugo GrazianiQuali sono, secondo lei, i filoni di ricerca che nei prossimi anni potranno dare maggiori soddisfazioni in campo elettrico ed energetico?
Il conseguimento degli obiettivi europei per il 2020 e il 2050 in materia di emissioni di gas serra, di energie rinnovabili e di efficienza energetica richiede sicuramente una considerevole attività di ricerca finalizzata a sviluppare tecnologie più efficaci: le attuali non consentiranno, in particolare all’Italia, di raggiungere gli obiettivi prefissati ad un costo economicamente sostenibile. I filoni di ricerca che nei prossimi anni potranno dare risposte concrete ed economicamente sostenibili alla questione energetica nazionale riguardano, in particolare, le tecnologie a bassa emissione di carbonio (quali le energie rinnovabili, il carbone pulito con cattura e sequestro dell’anidride carbonica, il nucleare di 3° generazione) e le tecnologie a maggiore efficienza energetica e la loro diffusione al grande pubblico.
La fusione nucleare e i reattori a fissione di 4° generazione costituiscono oggi soltanto grandi temi di ricerca internazionale e come tali rappresentano la grande speranza energetica di un futuro non prossimo.

L’eventuale ritorno al nucleare apre prospettive interessanti anche per la ricerca italiana in generale, e per Cesi Ricerca in particolare?
L’energia nucleare da fissione è l’unica tecnologia già matura e competitiva che può svolgere un ruolo significativo nella riduzione delle emissioni dell’anidride carbonica e soprattutto nel garantire la sicurezza del suo approvvigionamento. L’eventuale rinascimento del nucleare in Italia dovrà pertanto essere finalizzato a riequilibrare il mix delle fonti energetiche e a ridurre le emissioni di CO2 e, conseguentemente, potrà essere basato soltanto su tecnologie ben consolidate acquisibili nel libero mercato dell’energia. I reattori di 4° generazione richiedono infatti ancora un notevolissimo sforzo a livello di ricerca di base e potranno essere implementati solo fra alcune decine di anni. L’affidabilità e la sicurezza degli impianti nucleari, sebbene notevolmente migliorate, rappresenteranno anche in futuro obiettivi prioritari di ricerca a livello internazionale.
L’attività di Cesi Ricerca nel campo viene svolta nell’ambito dei progetti Ue, in collaborazione con altri centri di ricerca nazionali ed europei, e può rappresentare un contributo alla ricostituzione di un sistema nazionale integrato di competenze sul nucleare. Come tutti i grandi progetti strategici, il nucleare da fissione ha rappresentato e rappresenterà per i Paesi che lo adottano anche un potente strumento nazionale di acquisizione di nuove conoscenze, di sviluppo di nuove tecnologie spesso high tech, di ricadute tecnologiche sul quotidiano e di sviluppo socioeconomico della popolazione.
Tuttavia occorre avere la consapevolezza che esso potrà essere realizzato solo se sarà stato percepito e attivato come scelta strategica di un popolo che si sente Nazione e che nell’interesse della Nazione lo realizzerà, qualunque saranno le amministrazioni che si succederanno durante la sua vita. Non è un caso se l’energia elettrica da fonte nucleare gioca un ruolo tanto importante nei Paesi democratici che sono una Nazione da lungo tempo: Usa, Giappone, Francia, Inghilterra, Germania, Spagna, Svezia.

Il settore della R&D potrebbe risentire dell’attuale quadro economico-finanziario mondiale?
Con il trattato di Lisbona del 2000 l’Unione europea ha strategicamente puntato a colmare il notevole divario in tecnologie innovative esistente con gli Usa e il Giappone e ha fissato come obiettivo per il 2010 quello di spendere in R&S il 3 per cento del Pil a livello medio europeo. Oggi la media Ue si attesta sull’1,98 per cento e l’Italia sull’1,08 per cento del Pil, valori dunque molto lontani da quelli programmati, ed è ragionevole supporre che l’attuale crisi finanziaria internazionale penalizzerà ulteriormente le attività di ricerca nazionali.
Le risorse finanziarie destinate alla ricerca saranno condizionate dalle esigenze di controllo della spesa pubblica e dagli ulteriori vincoli di spesa imposti all’industria – settore già storico fanalino di coda tra i Paesi industrializzati – da un mercato sempre più globalizzato. In tali condizioni appare assolutamente necessario evitare la dispersione delle risorse e riteniamo che la risposta strategica debba essere di integrazione: delle strutture di ricerca per la messa a disposizione di competenze multidisciplinari, delle varie fonti di finanziamento pubbliche per raggiungere soglie critiche di risorse e degli organismi di ricerca con l’industria per assicurare il trasferimento tecnologico.

A livello internazionale si va verso una sempre maggiore sinergia con altri Enti di ricerca e si parla di ambiziosi progetti transnazionali. Solo un’opportunità o anche un vincolo?
Anche i maggiori Paesi europei, se visti su scala planetaria, sono entità piccole rispetto a Usa, Cina, India. Le ambiziose iniziative internazionali nell’ambito della ricerca energetica indicano che progetti ad alto contenuto di rischio tecnico-economico – la CCS, la fusione, la fissione di 4° generazione, eccetera – non possono essere affrontati da un solo Paese ma devono svilupparsi sulla base di una programmazione congiunta che utilizzi al meglio il potenziale disponibile nei vari Paesi, anche se concorrenti.
Si tratta di tecnologie energetiche tanto innovative e tanto costose per le quali la dimostrazione della fattibilità industriale è possibile solo attraverso la cooperazione internazionale e la semplice realizzazione dei dimostratori costituisce comunque un valore aggiunto eccezionale per i partecipanti. Il prendere parte ai grandi progetti internazionali, quali ad esempio ITER per la fusione e GIF e GNEP per la fissione di 4° generazione, rappresenta dunque un’opportunità unica per i Paesi partecipanti, soprattutto per i più piccoli che trovano nell’unitarietà del programma la driving force che fa assumere le decisioni nazionali e che attraverso l’esecuzione di parti di attività del programma ottengono una sicura ricaduta tecnologica.

In quali ambiti Cesi Ricerca è oggi maggiormente impegnato?
Con l’esclusione dei problemi connessi alla ricerca e approvvigionamento dei combustibili, l’attività di Cesi Ricerca riguarda l’intera filiera tecnologica che connette la produzione di energia ai suoi usi finali, in particolare per quanto riguarda il settore elettrico. La nostra ricerca affronta quindi le problematiche della generazione non solo in termini di nuove fonti e di miglioramento del rendimento e dell’affidabilità degli impianti, siano essi a combustibile fossile o basati su fonti rinnovabili, ma anche per quanto concerne gli aspetti di sicurezza, compatibilità ambientale e competitività economica. Per esempio, celle e sistemi fotovoltaici ad alta efficienza energetica, nuove membrane per la cattura della CO2, produzione combinata di energia elettrica e idrogeno.
Un secondo filone di attività riguarda le metodologie per governare l’intero sistema elettrico in termini sia di scenari a supporto delle scelte strategiche sia di reti e tecnologie di trasporto, sia di sicurezza e qualità della fornitura. Particolare attenzione è dedicata all’analisi delle problematiche che si porranno con la connessione in rete di numerosi piccoli generatori; si pensi per esempio agli impianti fotovoltaici e ai micro-cogeneratori, alla promozione delle tecnologie più efficienti per l’utilizzo finale dell’energia elettrica e termica, alla auspicata diffusione delle auto elettriche.

Come superare i tradizionali ostacoli che, soprattutto in Italia, rendono difficoltoso il trasferimento dei risultati dai laboratori alle imprese?
La scarsa capacità del sistema industriale nazionale di produrre innovazione è dovuta essenzialmente alla insufficiente intensità (in percentuale del Pil) degli investimenti privati in R&S: in Italia è inferiore rispetto al Giappone di 4 volte, rispetto agli Usa di 3,5 volte e rispetto all’UE25 di 2 volte. Conseguentemente, pure a fronte di un livello scientifico dei ricercatori italiani paragonabile a quello europeo e statunitense (pubblicazioni scientifiche), l’UE25 e la Finlandia depositano rispetto all’Italia il doppio e il quadruplo dei brevetti complessivi e, rispettivamente, 4 e 15 volte quelli high tech. In questo quadro nazionale assume particolare rilevanza il problema di un trasferimento efficace dei risultati della ricerca dai laboratori pubblici alle imprese.
Preso atto quindi della estremamente esigua domanda privata di ricerca, il problema principale è quello di migliorare l’interazione tra gli enti pubblici di ricerca, le Università, le industrie e le Istituzioni. Per fare questo realisticamente occorre realizzare grandi progetti Paese che coinvolgano direttamente il sistema industriale: le imprese, chiamate a sviluppare e produrre i materiali, i componenti e i sistemi innovativi che il grande obiettivo da conseguire richiede, saranno attori primari del processo di sviluppo tecnologico. L’obiettivo (e l’idea) nascono negli organismi di ricerca ma le innovazioni per conseguirli diventano fondamentalmente patrimonio dell’industria.

 
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