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L'Europa dell'energia ha un grande potere nelle sue 750 regioni Stampa E-mail

di Antonietta Donia

Promuovere lo scambio di opinioni e il confronto tra le numerose regioni europee sui temi più ‘caldi’ del settore energetico. È stato questo il filo conduttore del Forum ‘Energia, il potere delle Regioni’, organizzato dal Fedre, la Fondazione europea per lo sviluppo sostenibile delle Regioni, lo scorso 8 e 9 dicembre a Ginevra. Realizzato in collaborazione con i maggiori produttori e distributori di energia presenti sul mercato europeo (tra cui Alpenergie, Electrabel, Edf, Gaz de France, Eos, Sonatrach) ha ricevuto il patrocinio dell’Onu, del Consiglio d’Europa, del Comitato delle regioni della Ue, del Dipartimento federale svizzero dell’ambiente. Tra i temi più dibattuti, la liberalizzazione dei mercati, il problema dei blackout, lo sviluppo di un nuovo concetto di energia sostenibile, le prospettive del gas naturale e il suo impiego come combustibile nel sistema trasporti.
Due giorni per parlare di energia elettrica e gas, del ruolo di queste fonti energetiche e dei rispettivi mercati, il tutto in chiave spiccatamente europea e regionale. Numerosi gli spunti del dibattito: quali sono i poteri in materia di energia delle 750 Regioni riconosciute ad oggi in Europa? Quale il loro rapporto con le istituzioni europee in merito all’energia, a partire dalla Commissione europea, il Consiglio d’Europa e le altre organizzazioni internazionali (Wto, ad esempio) e locali (a partire dal quelle svizzere, che hanno ospitato l’evento)?

Alcune riflessioni sono giunte già nella sessione d’apertura del Forum, quando il presidente del Fedre, Claude Haegi ha affermato: “La sicurezza dell’approvvigionamento energetico non dipende solo dalla situazione del Medio Oriente, ma anche dalle nostre scelte interne. Ci sono ancora molti punti interrogativi nella politica energetica dell’Europa e, come dimostrano i blackout, il sistema nel suo complesso è troppo fragile. Resta ancora molto da fare, dunque, con la certezza che per un vero sviluppo sostenibile occorrerà promuovere il concetto e il ruolo delle singole Regioni”.
Un contributo al dibattito è giunto anche da Giovanni Di Stasi, presidente della Camera delle regioni del Congresso dei poteri locali e regionali del Consiglio d’Europa, nell’affermare che “le Regioni devono avere sempre più competenza in materia di energia e su questo c’è il pieno accordo del Congresso del Consiglio d’Europa, che negli ultimi anni proprio all’energia ha dedicato un’attenzione crescente”.
E Oliver Bertrand, primo vicepresidente del Comitato delle regioni della Ue, ha spiegato come “L’Unione Europea ha finalmente riconosciuto l’importanza delle collettività locali come elemento di democrazia, e l’energia come una delle priorità delle comunità locali”.

Al Forum è stato possibile discutere e confrontarsi sui temi legati all’energia elettrica grazie a sei panel in cui di volta in volta si sono affrontati diversi temi, dai blackout al ruolo delle energie rinnovabili. In primo luogo, si è parlato di liberalizzazione e regolazione, per valutare l’impatto per le regioni e le città, in un mercato in cui operano aziende private e servizi di interesse generale. “L’apertura del mercato interno dell’energia elettrica e del gas è in atto da circa 10 anni; la Direttiva europea è stata una rivoluzione per l’energia elettrica, ma rimangono ancora ostacoli e c’è molto da fare per la liberalizzazione e per i mercati integrati” ha affermato Patrick Rousseaux della Direzione Generale dell’Energia e dei trasporti della Commissione Europea. “L’importante è che la concorrenza porti benefici a tutta l’industria nell’Unione Europea, così come è importante avere prezzi concorrenziali per tutti i consumatori, non solo per i grandi”. Per il futuro sostiene la necessità di “informare i consumatori sulle direttive e di creare interconnessioni, visto che i blackout hanno evidenziato il ruolo determinante della regolazione. La sicurezza della rete è dunque una priorità, e la Ue ha bisogno di nuove linee di trasporto e di nuove centrali elettriche” anche per evitare situazioni simili a quelle della California.
Proprio dall’analisi dei blackout negli Usa, in Italia, in Algeria e in altri Stati d’Europa sono emersi spunti interessanti, grazie agli stimoli provenienti dalla platea e all’approfondimento di realtà poco conosciute, come ad esempio la vicenda del blackout algerino avvenuto il 3 febbraio 2003, verificatosi per “l’insufficiente capacità elettrica sulla rete, la mancanza di riserva con impiego massimo della rete, il mancato funzionamento del piano di difesa del sistema, che ha funzionato solo al 48%”, ha spiegato Rabah Touileb, direttore del dipartimento Condutture del sistema elettrico di Sonelgaz. Dopo l’incidente il piano di difesa è ripreso e per la ricostituzione della riserva sono stati presi provvedimenti a medio termine che prevedono la costruzione di una centrale.
Proprio in seguito al dibattito sviluppatosi intorno ai blackout e a quello italiano in particolare, Roberto Borghini direttore generale di Alpenergie ha affermato: “In monopolio la sicurezza era garantita, con la liberalizzazione il concetto di sicurezza non è più così chiaro per tutti. È importante scrivere nuove regole di gestione di questo sistema molto complesso”. Di diverso avviso Klaus Kleinekorte direttore generale di Rwe: “Sono necessari investimenti che potrebbero essere difficili da compiere; per questo è necessario chiedere ai politici: ‘quali sono le frontiere della liberalizzazione?’ Ciò è necessario per avere un sistema efficiente ed economico, ma importante è la sicurezza della rete”. Antonio Tiberini presidente di Energy&Trade afferma per parte sua “la necessità di costruire linee nelle zone ‘calde’ dove ci sono punti sovraccarichi”, mentre per Martin Renggli capo della Divisione Economia e politica dell’energia dell’Ufficio federale svizzero dell’Energia “Il mercato com’è oggi è rischioso; gestione e investimenti vanno discussi e cambiati”. La discussione si è quindi concentrata sul ruolo degli investimenti e la eventuale compatibilità tra liberalizzazione e sicurezza dell’approvvigionamento.

Economia, ambiente, sicurezza. Tre temi che riguardano da vicino l’uso del gas naturale e lo sviluppo del connesso mercato, a livello europeo. Ma il gas è una energia di transizione per uno sviluppo sostenibile? Quali sono le applicazioni attuali per i veicoli e come si evolveranno? Contribuiranno alla salvaguardia dell’ambiente nelle città e lungo gli assi stradali? Queste domande hanno indirizzato il dibattito su due direttrici: l’utilizzo del gas naturale per l’approvvigionamento energetico; l’applicazione concreta al parco circolante.
“Il gas è l’energia dello sviluppo durevole; il gas è l’energia della pace” ha affermato Jacques Deyirmendjian di Gaz de France alla platea del Forum. “Gli scambi di gas generano solidarietà e cooperazione a lungo termine tra Paesi, soddisfacendo molte questioni ambientali”.
La discussione ha visto intervenire rappresentanti di Gazprom, Statoil Natural Gas, Sonatrach, Distrigas, Gaznat, Cedigas e Sonelgaz, a commento di una fonte di energia che fornisce il 24% circa del consumo di energia primaria nel mondo. Tra i punti toccati dal dibattito, la effettiva quantità e dislocazione geografica delle riserve, che vedono il 40% in Medio Oriente, il 35% in Russia, e la necessità di enormi investimenti nel settore, legati a valutazioni di ordine tecnico, finanziario e politico. Le posizioni sono lievemente differenti, Ahmad Mazighi, consigliere per la Strategy and Perspective di Sonatrach: “L’industria dello sviluppo del gas è un’industria con investimenti molto intensi rispetto al petrolio, quindi i tempi di recupero sono maggiori; il rischio più grande è quindi quello finanziario, legato a quello politico”; Rune Bjornson, vice presidente di Statoil Natural Gas si trova d’accordo con i relatori che ritengono che “le sfide principali siano finanziarie ed economiche; altro rischio è quello politico per via delle prospettive di lungo termine e la prevedibilità dell’assetto politico”.

Il gas è stato poi visto come strumento di sviluppo, sociale soprattutto, e come energia pulita, grazie all’introduzione del divieto di bruciare il gas (in Algeria ad esempio), soprattutto quello che fuoriesce dai giacimenti associati gas/petrolio.
Infine, si è affrontato il tema dei prezzi e della liberalizzazione, con la prevalenza nel settore dei contratti a lungo termine, ma anche con la presenza di contratti a breve, con l’avvento della liberalizzazione in Ue. “Bisogna sfatare tre miti” afferma Jean Vermeire, direttore generale di Distrigas. “La liberalizzazione doveva portare a un abbassamento dei prezzi, a prezzi più stabili e a un livellamento dei prezzi. In realtà c’è un costo anche per la concorrenza e la liberalizzazione porta volatilità nei prezzi”.
Gli esiti della discussione sono stati sintetizzati da Yvers Berthelot, vice presidente di Fedre: “Dagli interventi è emerso che il gas sarà disponibile almeno per i prossimi 30 anni. È una fonte energetica poco inquinante; altre energie lo sono meno, ma hanno e avranno nei prossimi anni qualche difficoltà a fare fronte alla domanda. Il problema per il futuro è quello di poter effettuare gli enormi investimenti necessari, vincolati per la loro realizzazione più ad aspetti di ordine politico che finanziario”.
Per quanto riguarda le applicazioni al parco automobilistico circolante, in Europa non mancano esempi di realizzazioni pratiche: “L’entusiasmo per il metano deriva da diversi fattori” afferma Jeffrey Seisles, direttore esecutivo dell’Associazione europea del gas naturale da veicolo (Ngv).
“Bassi costi, disponibilità di energia pulita, un veicolo sicuro anche se ad altra pressione, la possibilità di approvvigionamento alla rete, tecnologie disponibili. Le auto a metano sono le più diffuse tra i veicoli alternativi, ma vivono un processo lento di commercializzazione e dei servizi post-vendita”. Bisognerà ora vedere quali tecnologie verranno sviluppate nel futuro a medio e lungo termine, idrogeno compreso.



 
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