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Lo sviluppo delle rinnovabili: costi e opportunità per i consumatori industriali Stampa E-mail

a cura di Massimo Protti, presidente del Consorzio Assoutility e presidente Tavolo della Domanda di Energia Confindustria


Negli ultimi mesi si è aperto un vivace dibattito sullo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili, sul loro contributo alla produzione nazionale e sulla reale fattibilità, per il nostro Paese, di raggiungere gli obiettivi europei di produzione previsti per il 2020. Come noto, il Consiglio europeo ha approvato infatti, nel marzo 2007, il pacchetto su energia e cambiamenti climatici, meglio conosciuto come Pacchetto 20-20-20, che punta a ridurre del 20 per cento le emissioni dei gas serra, del 20 per cento i consumi energetici e a produrre il 20 per cento di energia da fonti rinnovabili al 2020.

L’Italia, che attualmente dispone di una produzione energetica rinnovabile pari al 5,2 per cento del consumo di energia negli usi finali, dovrebbe incrementare la produzione di energia da fonti rinnovabili fino al 17 per cento, entro il 2020. Obiettivo molto ambizioso e soprattutto molto costoso per i consumatori industriali. Il Rapporto Statistiche sulle fonti rinnovabili in Italia nel 2007 pubblicato dal Gestore dei Servizi Elettrici lo scorso luglio, mostra un aumento del 4,6 per cento di potenza installata dal 2006 al 2007 con una preoccupante riduzione del 5,5 per cento della produzione. Infatti i settori trainanti sono stati principalmente l’eolico e il solare, le due tecnologie che presentano i rendimenti più bassi; contro una riduzione dell’idroelettrico che, soprattutto in passato, ha rappresentato una importante fonte rinnovabile di approvvigionamento.

Nel 2007 l’Italia ha registrato un consumo nazionale lordo pari a 339,9 TWh che è stato soddisfatto solo per il 13,7 per cento da energia prodotta da fonti rinnovabili (48,2 TWh). La parte rimanente è stata soddisfatta da produzione nazionale alimentata da fonti fossili (70,5 per cento) e da energia elettrica importata (13,6 per cento). Le fonti rinnovabili infatti ammontano a circa il 15,7 per cento della produzione nazionale. Il dato si ridimensiona nettamente attestandosi sul 5,2 per cento se, però, è confrontato con il consumo finale, come prevede la Commissione europea, invece che attraverso la valorizzazione del consumo di energia primaria calcolato tramite il criterio di sostituzione, come aveva chiesto Confindustria.

Come consumatori industriali ciò che preoccupa, oltre alla insostenibilità tecnica dell’obiettivo per l’Italia (perché a nostro parere non calcolato sulle reali potenzialità di sviluppo delle risorse rinnovabili), è in realtà quanto ci costerà economicamente. Oggi infatti il Paese incentiva l’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili attraverso le bollette elettriche di tutti i consumatori, soprattutto industriali visto che il prelievo dell’industria è pari a circa il 48 per cento dei consumi elettrici nazionali.
Prendiamo ad esempio il fotovoltaico: il Governo ha varato, a partire dal 2006, uno strumento di incentivazione – il Conto Energia – che per 20 anni remunera a circa 400 euro/MWh l’energia elettrica prodotta dagli impianti. Senza questo incentivo nessuno realizzerebbe un impianto fotovoltaico, visto che il costo per installare 1 kW può arrivare fino a 7.000 euro per impianti di piccole potenze e a non meno di 4.000 euro per i grossi impianti, a fronte di una produzione elettrica molto contenuta, dati i bassissimi rendimenti della tecnologia.
Con questi costi di investimento, solo grazie al Conto Energia il tempo di ritorno è pari a circa 12-13 anni nel Nord Italia e di poco inferiore al Sud, visto il livello di irraggiamento solare più elevato. Ma quanto costa al Paese questo strumento? Quali benefici apporta per il miglioramento della sicurezza degli approvvigionamenti e la riduzione della dipendenza da fonti fossili? E, soprattutto, quanto pagano i consumatori industriali? Se pensiamo che la Legge Finanziaria 2008 ha introdotto un meccanismo di incentivazione simile al Conto Energia del fotovoltaico che remunera la produzione di energia elettrica prodotta da impianti di potenza fino a 1 MW alimentati da fonti rinnovabili per 15 anni attraverso una feed-in tariff, il costo annuale stimato per soddisfare gli obiettivi europei potrebbe ammontare a circa 9 miliardi di euro all’anno, contro gli attuali 3, con un peso in bolletta sul costo del kWh acquistato di circa 25 euro/MWh.

È evidente che una politica di questo tipo rischia di contribuire alla deindustrializzazione del Paese, visto che già il settore industriale italiano paga l’energia elettrica più di tutti gli altri suoi competitor europei.
Noi consumatori ci rendiamo conto che c’è un problema di sicurezza degli approvvigionamenti, di riduzione delle emissioni di gas climalteranti e di diversificazione del mix di fonti energetiche; ma questo non può tradursi in un costo solo per i consumatori industriali.
Senza contare che la non programmabilità degli impianti alimentati da fonti rinnovabili (sole, vento e acqua) implica la necessità di prevedere comunque l’utilizzo di centrali elettriche convenzionali che forniscono un servizio di backup in assenza di produzione, con ulteriori costi per il sistema.
Quello che i consumatori industriali chiedono è di lavorare ad una strategia di sviluppo energetico che tenga conto, in una logica di breve e lungo periodo, di tutte le possibili soluzioni che possono essere implementate garantendo la sostenibilità tecnica, ambientale ed economica.

Le fonti energetiche rinnovabili si devono trasformare in una opportunità e non solo in un costo per il Paese, si deve puntare alla ricerca tecnologica e alla crescita del sistema industriale che può investire nella produzione delle tecnologie per la valorizzazione energetica di tali fonti. Si deve puntare alle misure di riduzione degli sprechi e razionalizzazione dei consumi energetici: non possiamo più permetterci di utilizzare tecnologie e sistemi di gestione che sprecano energia; le risorse energetiche devono essere utilizzate al meglio, visto il loro costo e la loro scarsa disponibilità, aumentando l’efficienza energetica del sistema. Bisogna ripensare all’energia nucleare, non considerandola come l’unica soluzione ma come un’opportunità per avere a disposizione energia base load a costi contenuti e con emissioni di CO2 nulle.
Gli strumenti di incentivazione sono indubbiamente delle misure necessarie per accompagnare tecnologie costose verso uno sviluppo di mercato più competitivo, ma non possono ricadere esclusivamente sui consumatori industriali e devono essere commisurate al reale sviluppo delle tecnologie stesse. Per questo stiamo chiedendo che vengano spostati i costi dalla fiscalità energetica a quella generale e appoggiamo l’azione che questo Governo intende compiere presso il Consiglio europeo per rivedere gli obiettivi nazionali imposti dal Pacchetto 20-20-20.

Inoltre in Italia registriamo la presenza di numerose barriere allo sviluppo delle fonti rinnovabili, soprattutto di carattere amministrativo, visto che molte autorità locali bloccano gli iter autorizzativi o li rendono talmente lunghi e costosi da scoraggiare gli investitori. In alcune Regioni è praticamente impossibile intraprendere un investimento in produzione da fonti rinnovabili e ormai si sta arricchendo un mercato parallelo di autorizzazioni che non fa altro che disincentivare gli investimenti.
In questa situazione noi consumatori industriali paghiamo per gli incentivi, paghiamo per le misure di riduzione delle emissioni di CO2, paghiamo per un meccanismo di mercato ancora imperfetto che contribuisce a tenere alti i costi dell’energia già elevati per il mix di approvvigionamento influenzato notevolmente dai mercati petroliferi internazionali. Non vorremmo trovarci a dover pagare anche per il mancato raggiungimento degli obiettivi europei di produzione da fonti rinnovabili.

 
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