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Nella tempesta l'energia non affonda Stampa E-mail
di Alessandro Pedrini


Nelle scorse settimane l’argomento più discusso a livello globale è stato senz’altro quello relativo alla più grave crisi economica che il mondo ha dovuto affrontare dopo quella del 1929. È stato scritto molto, spesso su fronti diversi. Può essere quindi utile cercare di sintetizzare alcuni aspetti, sia per chiarire quanto successo, sia per valutare gli sviluppi futuri di una crisi finanziaria dagli esiti molto incerti. Ed eventualmente, anche per azzardare un’ipotesi sulle conseguenze di tutto ciò sul settore energia. Come è stato possibile arrivare a questo punto? Come si è innescata la più grande crisi finanziaria della storia e come mai solo ora ci si è resi conto della gravità della situazione? I controlli dove erano? Una prima risposta ai quesiti viene dall’economista Charles Wyplosz che in un editoriale apparso su la voce.info spiega come “tra il 2003 e il 2007 le banche hanno compiuto errori tanto gravi quanto grossolani. Ma il vero problema è che per più di un anno si sono ostinate a negare l’evidenza delle loro perdite. Ora arrivano i fallimenti. Quanto alle regole, quelle attuali sono mal strutturate e sicuramente troppo complesse. E i controllori hanno lasciato che le banche le aggirassero. Anche perché tra controllore e controllato si gioca una partita diseguale”. Ciò detto, bassi tassi di interesse, aspettative esagerate sui prezzi immobiliari e innovazione finanziaria mal regolata: queste sono le cause principali alla base della crisi dei mutui subprime da cui si è generato il tracollo.


I MUTUI SUBPRIME
I subprime, (“second chance”) sono prestiti che vengono concessi ad un soggetto che non può accedere ai tassi di interesse di mercato (ovvero al mercato prime), in quanto ha avuto problemi con debiti precedenti. Circa il 25 per cento della popolazione americana fa parte di questa categoria. I prestiti subprime sono molto rischiosi sia per i creditori sia per i debitori, vista la pericolosa combinazione di alti tassi di interesse e negativa storia creditizia (fallimenti, insolvenze, eccetera).
È ovvio: poiché i debitori subprime vengono considerati ad alto rischio di insolvenza, i prestatori applicano un più alto tasso di interesse di quanto non farebbero in presenza di un debitore solido e affidabile. Coloro che proponevano i subprime hanno sostenuto il ruolo positivo di questo tipo di credito: aver esteso l’accesso al prestito a fasce di popolazione che prima ne erano escluse. In realtà i prestatori, finanziando a tassi così elevati, riuscivano a spuntare rate elevate e quindi maggiori profitti a scapito di un rischio molto sostenuto. I mutui subprime sono quindi contratti relativi al finanziamento di abitazioni concessi a condizioni commerciali molto aggressive: sono mutui con scadenza assai lunga (anche oltre 40 anni), con un rapporto tra valore del prestito e dell’abitazione sottostante molto alto (in certi casi superiore a 1), concessi a individui o famiglie con profilo di reddito non alto e comunque non certo. Questi mutui vengono solitamente venduti dalle banche a veicoli societari ad hoc che emettono obbligazioni per pagare l’acquisto dei portafogli. Si vengono quindi a creare operazioni di securitization garantite dai portafogli di contratti di mutuo subprime.
Finché gli individui e le famiglie pagheranno regolarmente le rate di mutuo, tali titoli saranno in grado di pagare cedole ai sottoscrittori. Se – ed è quanto è successo negli ultimi mesi – si producono insolvenze sui mutui dovute a un aumento dei tassi di interesse e a un crollo dei valori delle attività immobiliari, le famiglie divengono insolventi e i titoli garantiti aumentano di molto il rischio per l’investitore. Una spirale insolvenza-aumento del rischiocrollo della fiducia-crisi da panico è la classica sequenza innescata dal fantasma della crisi finanziaria. Per questo motivo le Banche Centrali hanno dovuto aumentare il livello di liquidità sui mercati.


FANNIE E FREDDIE
Con un effetto domino la crisi dei mutui subprime ha colpito i colossi Fannie Mae e Freddie Mac. Due nomi semi-sconosciuti al di fuori degli Usa, ma molto comuni in America per la loro funzione: da loro dipende l’erogazione dei mutui normali,quelli “sani”, considerati sicuri, almeno fino a ieri. Fino a quel momento, infatti, la crisi colpiva i debitori subprime. Se la crisi tocca Fannie e Freddie, vengono colpiti i prime, cioè chi ha una curriculum creditizio senza macchia. Fannie Mae (Federal National Mortgage Association, associazione nazionale mutui) è una banca parapubblica che ha il compito di erogare mutui a prezzi controllati. È un’istituzione nata per immettere liquidità nel mercato immobiliare e permettere alla nascente middle class americana di accedere a finanziamenti per la casa. Freddie Mac (Federal Home Loan and Mortgage Corporation) è molto simile alla gemella. “Fannie e Freddie” finanziano il 50 per cento di tutti i mutui americani. Con il blocco del mercato dei mutui nell’ultimo periodo la quota del creditografico1 immobiliare delle due società è balzata al 98 per cento dei nuovi prestiti. Quando una famiglia ottiene il suo prestito da un istituto di credito, nella realtà il finanziatore ultimo è una delle due società. Fannie e Freddie ricomprano i mutui dalle banche ordinarie; ne garantiscono il finanziamento emettendo dei titoli obbligazionari che vengono a loro volta comprati e finiscono nei portafogli delle banche, dei fondi d’investimento, dei risparmiatori. Il meccanismo è quindi che Fannie e Freddie i mutui li comperano, li assicurano, li impacchettano e li cartolarizzano, per poi rivenderli agli investitori sotto forma di titoli: sono quindi al centro del meccanismo di credit crunch che ha messo in ginocchio i mercati finanziari. Titoli che in apparenza erano senza rischi, fino a ieri. Tutte le banche più importanti di Wall Street hanno in portafoglio derivati di questo meccanismo, la banca centrale della Cina detiene obbligazioni delle due gemelle grafico2per centinaia di miliardi di dollari, così come le istituzioni di Arabia Saudita, Russia e Giappone. Negli anni la loro attività è cresciuta, fino ad arrivare a garantire 5.200 miliardi di dollari di mutui: un terzo della capitalizzazione della Borsa di New York e oltre un terzo del Prodotto interno lordo americano. Tutto bene fino a un anno fa, fino a quando la crisi del mattone e le difficoltà dei subprime hanno tolto il supporto ai loro bond. Fannie e Freddie negli ultimi12 mesi hanno messo in bilancio perdite per 14 miliardi di dollari e la paura di un default ha fatto scendere del 90 per cento il loro valore di Borsa in un anno. In una spirale che ancora non è giunta al termine: nel secondo semestre dell’anno il tasso complessivo di prestiti ipotecari in ritardo con i pagamenti è salito al 6,41 per cento, un record negli ultimi 30 anni. La tempesta che si è abbattuta su Fannie e Freddie colpisce quella che doveva essere la zona solida del sistema. Ora che si è dileguata la fiducia anche in queste istituzioni onorate, il contagio della crisi è diventato spaventoso. Finora la caduta dei valori delle case ha colpito duramente le fasce sociali più deboli. Le famiglie a rischio, quelle che stentavano ad arrivare a fine mese, erano strangolate dai mutui subprime. Ma se ora l’intero credito immobiliare si paralizza, il colpo diventa ben più esteso e più pesante. Nessuno è al riparo, neanche i cittadini dai redditi medio-alti riusciranno a ottenere un prestito per la casa. Inoltre il sistema di finanziamento di Fannie e Freddie è in qualche modo simile a quello che ha scatenato il contagio tra mutui subprime e banche d’affari. Il prestatore si copre dal rischio del prestito inserendo il mutuo in un sistema di fondi e titoli derivati della più varia natura e spargendoli per il mondo.


TO BAIL OR NOT TO BAIL?BETTER TO BAIL!
Un bail out (tirare fuori dai guai) è un salvataggio di un’azienda in crisi da parte dello Stato, di solito attraverso un prestito. La società in crisi beneficia del prestito per evitare la bancarotta, affrontare i debiti e le spese nell’immediato e per ristabilire la fiducia dei mercati. In questo modo si possono evitare le conseguenze economiche, finanziarie e sociali del fallimento. Qualcuno osserva però che aiutare il mercato aumenta il rischio che gli operatori pongano in essere comportamenti più azzardati proprio perché sanno che qualcuno, comunque, li salverà. Tuttavia, la tesi del moral hazard non può reggere di fronte a una caduta di fiducia nelle istituzioni finanziarie che rischia di generare un effetto domino ancora più preoccupante della possibilità di azzardo morale. Sulla scia delle liquidazioni sul mercato americano, anche in Europa i titoli legati all’energia e ai materiali di base hanno registrato pesanti ribassi in un contesto in cui comunque i mercati scendono coinvolgendo un po’ tutti i settori.
Da questa debacle però le aziende legate all’energia e meno esposte dal punto di vista finanziario, dovrebbero ancora giocare il ruolo di titoli difensivi. A differenza del comparto bancario, infatti, queste aziende sono quelle che hanno risentito in maniera minore del crack dei subprime e sono quelle che evidenziano una crescita dei cash flow migliore di altri settori. I manager che hanno portato il mondo finanziario in questa situazione in una cosa sono stati molto bravi: in quella di pagarsi faraoniche stock options e buonuscite d’oro.

 
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