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ULTIMO NUMERO | EDITORIALE E SOMMARIO







“Quando consultiamo il nostro smartphone - e questo nei Paesi avanzati accade in media 150 volte al giorno - pensiamo di avere il controllo su ciò che leggiamo. In realtà, la nostra mente è agganciata come se fossimo davanti a una slot machine. Il flusso incessante di messaggi micro-mirati e il continuo rifornimento di notizie che riceviamo sono guidati da ingegneri che conoscono della nostra mente molto più di quanto noi stessi possiamo sapere. Ogni singolo giorno giocano differenti trucchi per riuscire a mantenerci agganciati”. Non sono le esternazioni visionarie e rancorose di un nostalgico del telefono a gettoni.

Lo scrive la House of Commons inglese nel documento Disinformation and fake news Interim Report. Considerando il british aplomb (l’esuberanza verbale dei latini è altra cosa), il peso specifico di queste parole appare ancora più eloquente. L’indagine, condotta dal Digital, Culture, Media and Sport Committee della Camera dei Comuni, prende ispirazione dal referendum sulla Brexit e relativi profondi condizionamenti. Le conclusioni a cui giunge possono tuttavia essere applicate tal quali al consumatore-utente di un qualsiasi Paese avanzato. Alle prese con il voto, l’acquisto di un bene, la scelta di un fornitore di servizi.

Guai a sottovalutare una fake news, liquidandola con supponenza come un falso, come tale facile da identificare (vedi Nino di Franco su questo numero), sentendosi immuni da qualsiasi condizionamento. La biodiversità delle fake è molto più ampia e insinuante, come ammonisce il Report inglese: fabricated content, manipulated content, imposter content, misleading content, false context of connection, satire and parody (si demolisce la credibilità o l’autorevolezza attraverso la satira), misinformation, disinformation... Signori, fate il vostro gioco. Ma sappiate che le pedine siete proprio voi.


P.S. Per non parlar dei social, soprattutto quando pontificano di fonti fossili o infrastrutture (vedi TAP e inceneritori) e lo fanno a volto coperto. Rubo al riguardo un pensiero di Chicco Testa che condivido pienamente. “Le opinioni dovrebbero essere indissolubilmente legate alla persona, comunicare protetti dall’anonimato è come scrivere su un muro nei bagni pubblici. Si perde completamente la grammatica della discussione, la competenza è svalutata a priori (tutti abbiamo il diritto di intervenire su tutto), e tendono a prevalere gli insulti”. E in quel bagno si entra un centinaio di volte al giorno!


DAVIDE CANEVARI



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