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ULTIMO NUMERO | EDITORIALE E SOMMARIO
La geopolitica dell’olio (d’oliva)

Lo scorso anno in Italia i consumi di petrolio sono cresciuti di 2 milioni di tonnellate (più 3,7 per cento) salendo a 60,8 milioni: giusto giusto una tonnellata per ciascun italiano. E avanza ancora una tanica
.


La richiesta di benzina e gasolio ha avuto un incremento del 3,4 per cento, viaggiando a una velocità quattro volte superiore rispetto al PIL.
A questa non trascurabile evidenza il Governo ha risposto con uno stop per 18 mesi alle prospezioni per la ricerca di idrocarburi (eccellente l’analisi di Giuseppe Gatti). Si dirà che non c’è un nesso diretto tra la crescita della domanda di una commodity e la decisione di snobbare la coltivazione delle risorse interne. Oppure no?

In Norvegia l’industria petrolifera genera il 14 per cento del prodotto interno lordo, garantisce allo Stato il 17 per cento delle entrate, copre il 19 per cento degli investimenti totali e il 40 per cento dell’export. Per la prima volta, nel 2017, le esplorazioni avviate nel Mare di Barents hanno superato in numero quelle del Mare del Nord. Il ministero del Petrolio e dell’energia ha assicurato: “Dopo il leggero declino nel biennio 2018/2019 la produzione attesa di oil&gas tornerà ad aumentare tra il 2020 e il 2023, tornando sui livelli record del 2004”. E ricorda ai propri cittadini: “I proventi dell’industria oil&gas hanno avuto un ruolo cruciale nel creare la moderna società norvegese”.

Proprio così. È quella stessa Norvegia che oggi può permettersi di fare il pieno alle auto elettriche... con i barili di petrolio estratti e poi esportati (il punto di vista del Medio Oriente non è granché diverso, come scrive Carlo Andrea Bollino).
Noi no. Noi amiamo l’ambiente per davvero, non vogliamo avere niente a che fare con quella porcheria nerastra. Possiamo farcela vivendo solo di buona cucina. Ecco, questa è la nostra risposta alla Norway strategy: meno trivelle e più frantoi, meno petrolio e più olio d’oliva. Siamo o non siamo i migliori al mondo? Illudiamoci pure…

Ma non è così. Lo scorso anno la produzione nazionale è colata a picco: meno 38 per cento, e non è stata colpa della TAP. Prima ancora della questione latte, gli agricoltori avevano indossato i gilet arancioni per denunciare la crisi del comparto olivicolo.

Nel frattempo, incurante, la geopolitica mondiale dell’olio d’oliva sta cambiando. La Georgia ha appena iniziato a “macinare” e ha già trovato negli Emirati Arabi Uniti il suo principale mercato di sbocco, la Cina è partita con un primo appezzamento di 71 mila ettari, l’Egitto sembra voler sbancare il mercato con l’intenzione di piantare cento milioni di ulivi. Mentre la Grecia lo sta già facendo, avendo immesso al consumo extravergine a 2,80 euro/chilo. Come svendere un barile di petrolio a 20 dollari scarsi.

Giusto un anno fa, un’inchiesta del quotidiano spagnolo El Público aveva denunciato l’invasione da parte della Turchia del distretto siriano di Afrin. Una vera e propria operazione militare, “al solo fine di impossessarsi degli oliveti e spacciare poi l’extravergine locale come Made in Turkey”. Altri tempi quelli in cui le guerre si facevano per la conquista dei pozzi petroliferi
.

DAVIDE CANEVARI

© nuova-energia | RIPRODUZIONE RISERVATA


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